Enzo Maolucci: una vita di avventure

“Le note in libertà” di un rocker, idolo della cultura giovanile degli anni ’60, ’70, ’80, suonate dalle chitarre elettriche e amplificate da una Torino operaia del secolo scorso, che non era certamente New York ma come dicevano le statistiche di allora “la seconda città del Sud Italia dopo Napoli”, oggi sono diventate le pratiche armoniche e le esperienze di survival del Salgari Campus. L’intervista di Fortunato D’Amico


FDA- Enzo Maolucci: nato, cresciuto, diventato grande artista rock e della parola cantata per la “bella generazione perduta nella via” del secondo millennio, quello che ormai ci siamo lasciati alle spalle, è oggi l’uomo di “survival”. In questo trapasso epocale, dove tutto non è, e non sarà più, come prima, come si è mimetizzato e chi è l’artista rivoluzionario in questo scorcio di terzo millennio?


EM- Mene sono fatto un’idea interessante che però vorrei solo cantare. Se uscirà mai il mio nuovo album “Quand’ero vecchio” lo scoprirete in una delle mie nuove canzoni proprio su questo. Siamo ladri di pensieri e centrifughe di parole, ma siamo l’unica “PRAXICRAZIA” che può salvare il mondo, perché le parole sono profezie e, come le frecce, non tornano indietro.


FDA- Intravedo un senso di ironia in queste parole che hai appena pronunciato, ma d’altra parte intuisco anche che in questi anni, essendoti immerso nella natura del Salgari Campus alla ricerca di nuovi stimoli e percorsi di sopravvivenza, hai certamente maturato una profonda comprensione del rapporto uomo natura, dell’utilità dell’arte, del ruolo suoi praticanti all’interno di in una società contemporanea, sempre più complessa e globalizzata, in rapida e continua trasformazione.

EM- Il termine “arte”, come la parola “sopravvivenza”, ha assunto un significato generico, ormai usurato e poco classificabile. Gli artisti invece credo che si possano distinguere in almeno tre classi diverse che provo a definire utilizzando la mia recente mania per le classificazioni “tassonomiche” in campo non solo biologico e antropologico, ma anche sociale o musicale. a) Gli artisti INNOVATIVI. Sono quelli che spostano davvero orizzonti, o li inventano, o li trovano per caso; quelli che possiedono dunque “originalità” . Ma l’innovazione è rara anche nell’arte, e diventa virale solo un paio di volte ogni secolo (inoltre “il nuovo non è mai bello, mentre il bello non è mai nuovo”). b) Gli artisti CREATIVI. Sono quasi sempre “predatori” e/o trasformatori di idee che sono nell’aria e che cercano di rendere più belle, divulgabili e di successo. c) Gli artisti ARTIGIANI. Sono replicanti di idee altrui o loro. Per questi il talento, la tecnica e la competenza non sono solo valori aggiunti o facoltativi come per gli altri , ma indispensabili per il loro riconoscimento. Tra questi generi esistono ovviamente anche delle ibridazioni. Salgari ad esempio, in campo letterario, è stato solo occasionalmente un innovatore, ma era un creativo e anche un buon artigiano (per necessità).

FDA- Forse hai ragione, ma chi leggerà quest’articolo potrebbe anche chiedersi, indispettito da tanta tassonomia : “ma chi è Enzo Maolucci per dire tutto questo?

EM- La Regina Rossa chiede ad Alice: “Non raccontarmi la tua storia, dimmi chi sei”. E Alice risponde: “Ma io sono la mia storia!”. Siccome non ho mai lavorato un giorno nella vita e me la sono sempre sfangata mettendo a frutto le mie idee, posso anche io bollarmi come “artista creativo”, anche se generico, cioè senza un campo specifico. Sono anche un buon artigiano occasionalmente originale ma, come per Salgari, quello che più mi caratterizza è forse la mia stessa storia. Ho avuto un talento rockettaro sprecato, mi sono sinistrato scrivendo e cantando canzoni, mi sono divertito a fare il professore eretico di lettere e poi di Outdoor a Scienze motorie, ho brevettato un po’ di strumenti fortunati, ho scritto la prima tesi sui Beatles da musicologo mancato, mi sono inventato la sopravvivenza sportiva organizzando gare di successo e diventando Presidente della Federazione Survival, ho coniato neologismi per scherzo ma ora adottati sul serio, ho ideato cocktail fantastici, sono diventato un antropologo da spiaggia per mostre regionali e parchi a tema, sono guarito dal ’68 come anarchico “comunquista”, ho collezionato compulsivamente culture materiali primitive, realizzato ponti tibetani e impianti “eco-dinamici” con tre Guinness dei primati, organizzato spedizioni in Africa, scritto “manuali narrativi”, costruito archi e frecce che tiro solo virtualmente… E quant’altro sanno i pochi che mi conoscono e i molti che mi frequentano.


FDA- Hai una creatività compulsiva. Non è forse una malattia? Ma tra questi infiniti gesti, azioni, opere realizzate e frutto di una creatività incontrollabile, scagliate controvento e tirate a braccio teso come le frecce di un arco, quale pensi abbia davvero colpito il centro dei tuoi bersagli motivazionali?


EM – L’ opera che si è rivelata innovativa e mi ha dato maggior riscontro è il “Salgari Campus” di Torino: 10 ettari di bosco collinare spontaneo in perenne “precarietà disinvolta” e trovato per caso. “Il caso e la necessità” del SALGARI CAMPUS (l’avventura di conoscere, inventare e realizzare). Più di un secolo fa vi passeggiava Emilio Salgari per vederci le sue jungle nere e i suoi pirati (abitava nei pressi e ha deciso di farla finita lì vicino con un harakiri). Anche io per destino sono cresciuto in quella zona e lì ho iniziato da piccolo le mie prime avventure nei boschi. Nel 1989 l’ho riscoperto per caso e ora è frequentato da decine di migliaia di visitatori ogni anno: studenti, survivalisti, manager in team building, famiglie gitanti, eco-architetti, cinghiali, volpi, caprioli, scoiattoli e anatre a mollo nel rio che lo attraversa. E’ un tripudio di olmi, noccioli, querce e castagni autoctoni, ma anche di bambù, ailanti, paulonie e acacie aliene, in perfetta simbiosi caotica a tre chilometri dal centro città e a molte migliaia dall’esotico che ora rappresenta. E’ sotto-nominato “Parco di Ecologia Umana”, per chi sa cosa significa. Vi si tengono stage e corsi di paleo-etnologia, archeologia sperimentale, fitoalimurgia, Outdoor training, Animal Round , Trail Running, meeting scientifici e culturali, visite di istruzione, Surviving, Depriving, Tracking, Tree-climbing, Bushcraft, Eco-orienteering e altre attività emergenti con quelle denominazioni gerundive che esprimono entusiasmo e partecipazione. Tutto questo per riempire uno splendido… NULLA.


FDA- Ma cosa intendi per Nulla? E’ un posto così ricco di vita, di poesia, di ispirazioni selvaggie e poetiche che ti invadono appena pochi metri dal recinto di ingresso…


EM- Sì, è vero: ma intendo dire che non c’è nulla di stabilmente umano, tranne “ogni immaginabile altrimenti possibile”: qualche riparo neo-etnico, ponti e passaggi arborei in corda, attrezzi e labirinti eco-dinamici. Anche le poche e fatali concessioni alle normative obbligatorie, in fatto di servizi, luce e acqua, rivelano un’assertiva precarietà. Il luogo è sottoposto a un incubo di vincoli: paesaggistici, ambientali, idrogeologici e anche “stupidologici” (come le vie di fuga per il piano di sicurezza, mentre questo è un luogo di fuga, non da cui fuggire). Un vecchio piano regolatore l’ha considerata velleitariamente una zona a parco collinare, ma l’unico parco lì esistente è questo, un vuoto geograficamente interstiziale di proprietà della mia Associazione, circondato da ricche ville con proprietari imbufaliti e inclini a ormai inutili esposti. I problemi infatti sono stati acrobaticamente superati da una recente convenzione con la Città per l’uso pubblico dl questo centro, con grande imbarazzo di funzionari zelanti (oltre che nostro) e grazie alla sua fama ormai conclamata e i patrocini ottenuti anche dalla Regione per il servizio formativo, sportivo e ambientale che offre. Il Salgari Campus è impegnativo e costoso per noi, ma non per chi lo frequenta e che, diciamolo pure, ne esce sempre goduto come un fauno e ci ritorna volentieri.

FDA- Il Salgari Campus, forse grazie anche a questa precarietà dell’ Essere Natura, ma anche per essere oggetto e soggetto di inaspettate richieste di cambiamenti, è cresciuto sviluppando in sè una grande resilienza e una pronunciata attitudine all’adattamento, anche alle necessità espresse dagli stessi frequentatori della struttura.


EM- Pur avendolo pensato inizialmente come un campo per soli arcieri e survivalisti, il luogo mi ha suggerito presto l’idea di un parco antropologico antesignano per tutti, che pensavo di poter realizzare in un posto meno critico della nostra angusta Valle di Reaglie. Questa prospettiva ha tenuto l’Assessorato alla Cultura regionale impegnato per 10 anni nel mio “Progetto “Anthropos”, finito poi in un vicolo cieco per il cambio politico e approdato nel 2004 solo a una edizione speciale della la mostra scientifica “Experimenta”, intitolata “SopraVVivere”, che ha esibito tra l’altro il ponte tibetano più lungo del mondo rimasto per tre anni sul Po (375 metri, un’opera di “land art” passata sotto tono solo per via dell’endemico riduzionismo torinese). Ma tutto il progetto ho deciso di farlo ritornare al Salgari Campus, insieme ai pochi materiali e manufatti della mostra che sono riuscito a salvare e sono ancora presenti (una piroga, un labirinto vietnamita, chilometri di funi del ponte e altri cimeli). Così è iniziato il successo.


FDA- Un successo che mi pare abbia avuto tante richieste di replica?
EM – Questo format di “Eco-Campus” l’ho replicato in siti anche più belli in tutta Italia, ma non hanno ottenuto il successo dell’originale (come tutte le copie su commissione). Stiamo ora pensando invece di allargare gli orizzonti del Salgari inserendo al suo interno opere d’arte “site specific” di artisti in linea con l’Agenda 2030 dell’ONU per l’ambiente (una mostra outdoor permanente di “Arte, Natura e Avventura”), ma la prima opera artistica, forse concettuale o “povera”, è proprio il posto in sé, lo sgarruppato fascino che esprime e l’uso meta-disciplinare che ne facciamo con poche risorse ma con “passione, missione e convinzione” (l’unico requisito necessario per chi vuole comunicare, sedurre e coinvolgere il prossimo).


FDA – Oggi in un’Italia percorsa da problemi di ogni genere, non solo economici e ambientali, ma anche sociali e di adattamento, derivati dalla presenza di cittadini provenienti da Paesi stranieri, portatori di diversità culturali, che invece di essere considerate una ricchezza e un arricchimento da condividere all’interno della comunità sono spesso percepite come presenze portatrici di disagi e separazione, Salgari Campus oggi propone un suo modello di pratica comunitaria alternativa e di incontro riportando in primo piano la relazione uomo-ambiente naturale.


EM- Certo che facciamo “inclusione sociale” (e che altro potremmo fare senza un vasto target inclusivo?); certo che aboliamo le barriere (non quelle naturali e di sicuro non quelle architettoniche, ma quelle “mentali”); certo che educhiamo i ragazzi al rispetto dell’ambiente e alle pari opportunità (ma in realtà da noi è l’ambiente che ci istruisce, ci tollera e ci dà opportunità). “L’ecologia si vive, non si insegna”, dice uno dei progetti che abbiamo sviluppato ( “S.A.F.E.” -Salute Ambientale e Formazione Eco-logica”). L’immaginazione non ha bisogno di “servizi” e di “norme”. Il Salgari Campus si trova ai margini dell’impossibile, una sorta di terra di mezzo tra la mente e l’ambiente. Da noi gli intellettuali fanno anche i boscaioli e i boscaioli possono sfoggiare anche intelletto (non è una distopia maoista). Per le varie Associazioni che operano nell’hub del parco ci sono solo 4 imperativi survivalistici da rispettare: “inventare, adattarsi, risolvere complessità sociali e raggiungere lo scopo”.


FDA- Potresti dare una definizione di Survival coerente con le pratiche operative che svolgete a Salgari Campus?

EM- Il Survival per noi è una meta-disciplina olistica e proattiva, è scienza del pericolo (“supervivitur, sic vivitur” è il mio motto latino apocrifo). Non riguarda Rambo, ma la salvaguardia di individui, gruppi e comunità umane, inclusa la specie stessa e le sue culture materiali e cognitive (soprattutto quelle basiche e primitive). Chi non mi vede da 40anni si stupisce di questa mia svolta che sembra inedita o solo amatoriale, data la mia prediletta e nota vocazione a vivere in un attico di Manhattan. Ma il fatto di preferire gli antromi ai biomi e gli adulti ai bambini non mi ha esentato da un successo imprevisto proprio in questo campo per me alieno e serendipitico. Ho sempre sostenuto che la “natura” non esiste (al di fuori di noi che ne facciamo dannatamente parte) e che i bambini sono gli esseri più crudeli e insopportabili (lo so perché lo sono stato anch’io e lo sono ancora come tutti gli artisti). Eppure con loro ho sempre convissuto, appagandomi anche della loro esistenza, senza adattarmi a “comprenderli” ma cercando invece di capirli e riconvertendomi per relazionarmi con loro in modo utile e proficuo, per loro e per me (nell’evoluzione questo si direbbe “exaptation”). Anche se la “natura” e i bambini non mi divertono, vado sempre in Africa (che ne è piena) perché mi insegnano sempre qualcosa che non so, al contrario del mondo più strettamente umano ma inutilmente pensante (colto o ignorante che sia).

“ I COMANDAMENTI DI EMILIO ” (all’ingresso del suo Campus)
Fratelli e sorelle della costa, tigrotti del bosco e dell’avventura, siate i benvenuti.


1- Muovetevi leggeri, qui non ci sono aiuole che è vietato calpestare, ma la terra che calpestate è antica, come antica è la terra.

2- Non lasciate qui nulla di ciò che avete portato.

3- Non portate via nulla di ciò che è stato lasciato.

4- Questo luogo e la sua storia sono sopravvissuti come noi ai limiti della fantasia e ai margini della follia: godetene senza offenderli.

5- Rispettate le creature che lo abitano e le loro modeste creazioni: il nido del picchio, la tana del tasso, i ponti e le capanne di noi umani.

6- Condividete liberamente con noi e tra voi ogni presenza.

7- Toccate, esplorate, gustate ogni cosa e sentitevi bene.

8- Parlate quando vi piace, ma tacete quando le parole non servono e sappiate ascoltare.

9- Usate come sole armi i vostri talenti, come attrezzi i vostri pensieri, come veicoli i vostri corpi.

10-Gioite se tutto ciò può ancora esistere e rendete grazie di poter esistere per vederlo.

(Apocrifo di Emilio Salgari, nato a Verona nel 1862 e qui suicida il 25 aprile 1911)


Nell’arco della vita siamo noi le frecce: prima ci libriamo veloci con le nostre speranze e poi scendiamo lentamente, sotto il peso dei ricordi”

Enzo Maolucci – Torino, 30 gennaio 2021

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