L’ORIGINE DELLA MATERIA tra Arte e Scienza

di Valentina Facchinetti

Il 4 Luglio 2012 venne confermata al pubblico la cosiddetta “Particella di Dio” dal CERN di Ginevra, il suo compito è quello di conferire massa a tutte le altre particelle: l’origine della materia. Fu inizialmente teorizzata da Peter Higgs dal quale prende il nome e la sua scoperta fu un traguardo straordinario. A dieci anni da quel giorni, la Strada Sotterranea al Castello Sforzesco di Vigevano ci invita ad unire la lettura scientifica di quel momento a quella artistica: “Il Bosone di Higgs, tra Arte, Scienza e Trascendenza

Grazie a Valerio Grassi, uno scienziato di forza al CERN negli anni della scoperta e Cavaliere Dell’Ordine Del Merito Della Repubblica Italiana, e Giuseppe Portella, artista della resina da sempre ispirato dal tema della scienza e dello spazio, ci viene presentata una mostra a cura di Fortunato D’Amico e Chiara Crosti, dove ogni opera d’arte trova una sua applicazione nel mondo e spazio della fisica.

Cerchi concentrici e sfere che ingannano l’occhio danno la possibilità al visitatore di lasciarsi trasportare in mondi che vanno al di là del corpo umano fino a raggiungere la dimensione della “Particella di Dio”.

Come dice l’artista Giuseppe Portella, indagare su questi fenomeni si può fare in molte forme: se il compito dello scienziato e della fisica è di studiare e trovare una verità oggettiva, l’arte lascia più spazio ad una dimensione umana e ad una sua applicazione interiore.

Trascendenza è quello che accomuna le due. Materia e spirito. “Siamo polvere di stelle e parte del Big Bang” ripete spesso Valerio Grassi ed è interessante notare come nei quadri si rispecchia questa unicità e dimensione che va oltre il nostro mondo e ricorda quello particellare.

La mostra si pone come punto di incontro tra le due discipline, “quasi come un esperimento sociale” come menzionato dallo scienziato, dove lo spettatore è portato ad un’indagine interna quando confrontato con la piccolezza e l’immensità di quello che ci compone.

Grazie alla mostra possiamo anche conoscere la biografia di queste due personalità che si occupano di argomenti molto lontani l’uno dall’altra ma che riescono a trovare un punto che le accomuna nella “Particella di Dio”.

INTERVISTA A GIUSEPPE PORTELLA

di Valentina Facchinetti

Come è nata questa collaborazione tra arte e scienza, e come vede questa trascendenza nell’unione tra le due?

A mio parere, scienza e arte non si possono dividere. La scienza deve dare delle risposte di tipo formale e matematico, ma non può dare tutto. Non può dare ciò che invece l’arte può fare. Tuttavia le due cose viaggiano sullo stesso binario.

È un’indagine; un’indagine di cose che non conosciamo. La scienza è chiamata ad approfondire tutto questo e anche l’arte deve fare la sua parte. Deve dare una visione assolutamente immaginifica, filosofica. Senza l’immaginazione, né lo scienziato né l’artista arriverebbero a dare una risposta.

Però queste due risposte possono anche essere coincidenti, perché quando nelle mie opere cerco di realizzare gli atomi, li immagino in senso figurativo. Invece di avere un paesaggio classico vedo un paesaggio spaziale, vedo come siamo dentro; quindi devo immaginarmi gli atomi in un certo modo: che vibrano, che si rincorrono, si uniscono.

E poi vado a vedere un riscontro nelle immagini scientifiche, anche se inizialmente le ho immaginate nella mia testa.

A me la scienza piace perché dà delle risposte che puntano a trovare la verità e trattano fenomeni interessantissimi che non possono non affascinare l’artista. L’arte è chiamata ad occuparsi non solo della bellezza ma tutto di quello che ci circonda e più dello spazio cosa c’è? Noi alla fine cosa siamo? E mi riferisco alla trascendenza, siamo spirito e materia.

Quello che la scienza forse non può andare ad indagare è forse la spiritualità, ma è importante. Noi siamo su due linee, linea verticale, spirito, linea orizzontale, materia. Queste due unioni non possono sovrapporsi.

Io cerco di giocare con le forme sferiche, le mie opere sono molto dedicate allo spazio e alla scienza. Per me non c’è più niente da dipingere: con la fotografia e il digitale che senso ha, a mio parere, dipingere un viso o una persona nel suo aspetto esteriore. A me interessa quello interiore, che è quello spaziale, spirituale. Che è quello che ribadiva Valerio, in una citazione che a me piace molto “Noi siamo figli delle stelle”. Abbiamo dentro la polvere di stelle e qualcuno deve pur raffigurarla.

Una signora mi ha detto “ma è un arte strana, non l’ho mai vista “, io mi sono permesso di dire “è una arte figurativa dello spazio”; perché per me è importante andare a saldare questo ciclo, per questo metto le sfere. Il non inizio e la non fine. Che cosa è il nostro transito terrestre? La non morte e la non nascita, un continuo trasformarsi così come la materia è in continua trasformazione. Il nostro è solo un passaggio che ci porta ad un altro tipo di materia o alla non materia, quello che studiano loro, i fisici, l’antimateria.

Io ho concentrato tutto il mio lavoro negli ultimi 15 anni sullo studio della luce,sono partito dalle terre rare luminescenti; ho avuto la fortuna di testare, per primo in Italia, questo fenomeno. Sono terre che si nutrono di luce sia artificiale che naturale e la rimettono in perpetua al buio. Questo ti insegna che il buio non esiste, quindi quando si parla di buio nello spazio è in realtà il limite dei nostri occhi, quello che non siamo in grado di vedere. Da lì è nata l’esigenza di approfondire con l’utilizzo delle tecnologie cinematografiche sottili, le carte olografiche, che riflettono la luce ed ho tolto il colore.

Lo studio del ciclo lo lux racchiude la luce e l’olografia.

Noi stiamo andando verso l’olografia, tutto quello che vediamo è falso.

Ci sono cantanti che salgono sul palco proiettando solo la loro immagine ed il pubblico applaude questo.

L’immagine olografica diventerà realtà aumentata, immagini che non ci sono ma vediamo. Quindi la mia domanda è cosa e che vediamo veramente? Mi viene da dire che tutto quello che vediamo non corrisponde alla realtà. Se esiste una realtà viene allora rielaborata e da li possiamo collegare lo studio della cinetica rivisitata. Semi sfere che in realtà non ciò sono, cerchi perfetti che quando muovo il mio sguardo dal fianco dell’opera, non esistono.

Stesso fenomeno con l’olografia, come mai quando cambio posizione vedo colori diversi? La luce lavora in base alla posizione e l’opera si muove. Lo studio della cinetica e delle terre rare luminescenti e la luce pura, quindi trasparenze, ti convoglia la luce in modi particolari, attraverso le sfere in resina muove la luce e crea immagini diversi in base alla posizione. Tutto questo per me continua a confermare che tutto quello che vediamo non è corretto, è una nostra rielaborazione

Di conseguenza al suo discorso sulla luce voglio chiederle, se tutto quello che vediamo non è realtà, c’è un collegamento al suo uso ripetitivo della sfera o mezza sfera? Questa forma concava o convessa riflette ovviamente la realtà in modo differente da come noi la vediamo.

Beh, questa domanda è bellissima, ti sei già quasi risposta. Attraverso la sfera cambia l’immagine. Leonardo Da Vinci per primo disse “i nostri occhi sono sferici per cui noi vediamo le cose al contrario, io in questo momento ti vedo ribaltata e il mio cervello aggiusta la visione. È proprio grazie alla forma sferica, che io trovo ovunque nello spazio. Io adoro la sfera perché non ha angoli. Vorrei citare una frase di Telesio, un filosofo del 1500 che diceva “Il nostro pensiero è diretto dall’armonia e proporzione.”.

Cosa esiste di più armonioso della sfera? È senza inizio e fine, il nostro pianeta è una sfera, i nostri atomi sono sfere, le cellule sono cerchi, sfere. Questa forma, la forma in sostanza, la troviamo sempre nel nostro pianeta, è la forma perfetta. Io ne sono innamorato, ma credo si capisca e continuo a proporla perché non riesco a uscirne prima di tutto, ma ha un’attinenza precisa con la scienza. È nel nostro dna. Ho già realizzato un’opera del DNA usando la sfera che però non si trova qui. Il DNA è composto da sfere, con segmenti che tagliano.

Per me la sfera entra perfettamente nella scienza, la scienza non può stare senza questa forma che ritroviamo sempre.

Ritornando invece al Bosone di Higgs, che è di ispirazione di questa intera mostra. È successo ormai dieci anni fa, lei di quel momento cosa ricorda? E in che modo pensa che questa scoperta abbia influenzato la sua arte o la ricerca che viene prima della creazione delle sue opere?

Per me è stata una grande scoperta e come per tutti gli umani mi ha creato un po’ di sconvolgimento. Quando si arriva alla particella di dio, dove potrà arrivare l’uomo?

Il mio primo pensiero è sempre che utilizzino queste conoscenze nella maniera buona e purtroppo non possiamo dire che sia sempre il caso. Queste scelte che hanno molto a che fare con il profitto al contrario di una progressione universale, a volte mi fanno paura.

Io la vorrei sempre interpretare in una maniera trascendente, se mi è concesso. Lasciarla anche lì dove è. Una particella di Dio, intaccata dall’uomo.

Il mio sconvolgimento sarebbe l’uomo che arrivi a credersi dio, la scienza deve andare avanti ed è una parte fondamentale ma io la vedo da artista. L’opera si fa per essere venduta o perché si sente il bisogno di farla e comunicare qualcosa? Per me la seconda. Se è fatta per essere venduta, l’opera non possiede più amore né passione ed è diventata un utilizzo, un profitto. Forse mi ha fatto un po’ paura, sono sincero.

Io dico “Lasciate che fluisca tutto come è stato disegnato.” E adesso e dopo?

Le mie opere sono partite prima però. Mi sono ritrovato in quelle immagini e ho riconosciuto di essere sulla strada giusta per averlo immaginato

Da quanti anni lavora su questo?

Un quarto di secolo tutto sulla resina, anche se i miei primi dipinti, quadri di olio su tela risalgono al 1986; avevo 13 anni: non compravo i giochi, compravo i colori ad olio e i pennelli. Mio padre non voleva. Ma a me piaceva disegnare.

Alla fine degli anni novanta è successo qualcosa, ho detto basta, non dipingo più. Per me non c’è più nulla da disegnare. So che gli artisti si arrabbiamo.

Sono andato su un altra materia perché poi l’arte cosa deve comunicare? Un linguaggio odierno. Possiamo continuare ad usare olio e tela? Con tutto il rispetto per chi ancora lavora con questi strumenti. Per me l’arte di oggi bisogna adattarla ad un linguaggio moderno. La resina mi dà quella possibilità su un altro livello. E quindi mi sono innamorato follemente all’inizio degli anni novanta. Da quel momento tutte le mie opere sono state prodotte con l’utilizzo della resina.

Questa è una lastra unica, un esperimento unico nel suo genere. Sono andato a togliere tutto, non c’è più supporto, tavola, tela. Non c’è nulla. Una lastra totalmente in resina. A me piace moltissimo sperimentare, non bastano tre vite. Per quell’opera l’ho lasciato al sole. La resina è un prodotto che si muove e quindi nel processo di solidificazione subisce alte temperature e si è piegata, prendendo quella forma. Irripetibile perché non sarei più in grado di rifarla, un pezzo unico nel suo genere. L’intervento esterno e la resina in sé non ti permettono un controllo totale della materia. Devi sempre trovare un compromesso. Non è possibile renderla docile totalmente. A quell’opera in particolare ci sono molto affezionato.

INTERVISTA A VALERIO GRASSI

di Valentina Facchinetti

Prima di tutto vorrei iniziare con una domanda su come è nata questa collaborazione tra arte, scienza e, come dice il titolo, trascendenza.  Quindi tra lei e l’artista Giuseppe Portella.

All’inizio io l’artista non lo conoscevo. È stata un’idea dei curatori, un’idea molto felice perché penso da sempre che il mondo dell’arte e della scienza abbiano un grandissimo connubio. Molti artisti sono residenti a Ginevra e prendono ispirazione dall’ambiente che li circonda e hanno dei mentori. Io stesso sono stato un mentore in questo caso per uno spettacolo di danza che seguiva le linee di ciò che io studiavo.

Ho passato buona parte della mia vita nel rendere visibile quello che è invisibile, l’arte figurativa come puoi capire è molto fruibile e genera emozioni immediate: mi piace ed è bella oppure non mi piace o la devo ancora capire. È raro che l’arte non lasci qualche reazione immediata

Quello che facciamo noi invece non può piacere o non piacere. È una realtà fisica che compone ognuno di noi, ma non così relativamente fruibile. Bisogna trasformarla in un’immagine, c’è un connubio forte con queste opere.

Trascendenza perché non si può rimanere totalmente insensibili a concetti così importanti. Di cosa siamo fatti? Come l’universo si evolve? Viviamo in un mondo in cui ci è dato tutto; quello che tocchiamo esiste, è nostro. Le nostre vite sono molto brevi rispetto all’intera storia del nostro mondo.

Percepire noi stessi che percepiamo, è un concetto molto importante, trascendente e bello. Le domande devono scaturire dalla meraviglia, nello stesso modo in cui guardi un’opera e ti fa scaturire delle emozioni (angoscia piuttosto che meraviglia) e ci portano a riflettere. Questa mostra per me è un bellissimo esperimento sociale.

Cosa intende con esperimento sociale?

Esperimento sociale perché quello che vedo, prendendo ad esempio le persone con cui ho parlato poco prima, loro sono venute a Vigevano per mangiare un gelato in piazza, poi hanno notato questa mostra, entrano e vogliono parlare con l’artista e in realtà trovano me, senza capire subito se sono quello delle foto al CERN. Alcune persone con cui ho parlato sono rimaste qui per più di un ora con domande che non pensavano nemmeno di avere dentro di loro. Questa mostra è stata per loro il pretesto per riuscire in quel tipo di ricerca interiore. In realtà non ho pretesa che chiunque venga qui comprenda tutto perfettamente, non siamo all’università.

È più un’esperienza che si fa per piacere.

Quando stavamo guardando il video mi ha indicato il reattore e me lo ha descritto come un mandala, possiamo quindi dire che lei è stato immerso nella scienza, ovviamente, ma anche nell’arte o comunque in una bellezza estetica e simmetrica.

La questione del mandala. Mi occupavo di fare le visite guidate quando ero al CERN e alla fine del tour c’era una domanda che mi aspettavo sempre “Dieci miliardi di dollari, ma alla fine come possiamo usarlo?” La risposta è tutta intorno a noi. Utilizziamo ora tecnologie che vengono sviluppate grazie alle conoscenze prese dal CERN. Ma cosa è? Noi lo abbiamo sviluppato come un mandala tibetano, che viene distrutto dopo anni, per ricordare la caducità delle cose terrene. La trascendenza è forte in questa similitudine.

Il Bosone di Higgs, come dico spesso, è di tutti, siamo tutti. È Chiara, sono le mie figlie. In realtà lo posso monetizzare? No, ma rimane uno strumento importante. Senza di esso non esistiamo. Quindi perché dobbiamo portarlo ad una dimensione terrena e pensare che senza un valore monetario non sia importante.

“A cosa serve?” Mi serve ad esistere, che non è poco.

L’acceleratore di particelle e il detector servono per guardare i componenti più intimi del nostro universo, la cosa bella è che è magnifico pensare come l’uomo sia arrivato ad un livello tale da poter ricostruire una parte della creazione dell’universo in laboratorio.

Sai da cosa sei composta tu? Così, velocemente?

Non saprei, atomi?

Il due percento di te è stato creato direttamente dal Big Bang, il novantotto percento di te è stata creato facendo esplodere una supernova. Il tuo di dna è uno in tutta la storia dell’universo. Quindi tu sei: parte del Big Bang, parte di una supernova, polvere di stella e unica ed irripetibile in tutta la storia dell’universo.

Ognuno di noi è veramente importante, e non possiamo sprecare la nostra vita in carolate. É un po’ brutto pensare che le nostre decisioni siano così materialistiche. Noi abbiamo il dovere di partecipare pensando allo sviluppo della cultura generale, e quindi non può non essere un’esperienza trascendente. Si parla dell’evoluzione del nostro sapere collettivo.

Il tramonto visto attraverso una fotografia appartiene a te tanto quanto al fotografo che l’ha scattata. Così la mia conoscenza appartiene a te tanto quanto a me. Il sapere deve essere qualcosa che appartiene a tutti. Al CERN, le informazioni e i lavori sono scaricabili gratuitamente da tutti dal web. Chiunque abbia bisogno di quelle informazioni può scaricarle in base al suo studio.

Anche perché come ho già detto il Bosone di Higgs siamo tutti noi, appartiene a tutti.

A dieci anni dalla scoperta, se ripensa a quel momento, a quella mattina, cosa prova e cosa le è rimasto impresso?

Allora, in realtà non c’è stato un giorno in cui abbiamo scoperto questa cosa, nel senso che vedevamo un picco di energia che come una fotografia diventava sempre più nitida. Abbiamo poi deciso di fare una conferenza al CERN il 4 luglio, con tutti i big e sembrava fosse un concerto, talmente tanta la gente venuta da istituti di ricerca affiliati.

Io ho detto “Io lì non vado” e sono stato esattamente sopra il rivelatore. Perché stava ancora funzionando, c’è ancora molto da scoprire, ma sentivo di dover stare proprio lì, proprio sopra il Bosone di Higgs.

Mi sentivo di avere questa capacità che quando mi trovavo lì, sopra il rivelatore, potevo chiudere gli occhi e esattamente percepire la collisione delle particelle quando avvenivano 40 milioni di volte per secondo. Ero arrivato ad un punto di non solo conoscere i dati ma tramutarli in una percezione reale di quelle collisioni. Non sono matto, è un po’ come quando gli atleti arrivano ad avere capacità insuperabili durante le gare dove danno il massimo di loro stessi. Tutti i loro emisferi del cervello operano in sintonia.

Immagino abbia aiutato anche l’esperienza, dopo anni di lavoro.

Beh ovviamente.

Era un mondo fantastico, però era un po’ come andare sulla luna. Come il secondo uomo che andò sulla luna, descrisse l’esperienza come una magnifica desolazione. Non c’è nulla, è desolato e magnifico allo stesso tempo.

Io mi sono reso conto che quel mondo è assolutamente magnifico ma desolato, io sono andato lì in vetta, che una buona parte del percorso, ma importante è anche saper tornare. Il rischio di non tornare tutti interi è alto.

Ho iniziato a pensare che mi mancasse qualcosa, in generale l’esperienza richiede molto da te, è quasi impossibile pensare di avere una famiglia, è troppo complicato. Dentro di me sapevo di voler diventare anche un papà e ho pensato che la mia vita potesse anche cambiare, quel mondo non è tutto dorato.

Ho portato con me molto di quello che ho trovato a Ginevra, il colore delle pareti del mio ufficio ora sono come quelli del CERN. Molte delle tecnologie della mia azienda sono state ricostruite basate su quelle del CERN per fare altre cose.

Una volta mi raccontava un mio amico, generale dell’aeronautica, personaggio notevole, primo a selezionare donne tra cui Samanta Cristoforetti; lui mi diceva che per via dell’età ha smesso di pilotare uno dei suoi aerei preferiti, della guerra fredda, impressionante da vedere; ma mi diceva che nessuno avrebbe potuto togliere dentro di lui le emozioni di volare.

C’è anche un altro fatto. Dopo che sono andato via dal CERN non è stata fatta nessun’altra scoperta, se vogliono torno come porta fortuna.

È un mondo bello ma da cui è bello anche tornare.

Io sono Cavaliere dell’Ordine del Merito della Repubblica e forse molti altri saranno più bravi di me, non ne dubito, ma io ho questo titolo perché ho designato buona parte della mia carriera a raccontare queste cose ed esperienze affinché fossero disponibili a tutti.

È un modo per dire ce l’ho fatta anche io, avevo un sogno che ho perseguito e ho realizzato. Non dico quale sogno tu debba avere, è il tuo ma è importante credere in se stessi, in fondo siamo polvere di stelle e parte del Big Bang.

Lei ha lavorato al CERN durante gli anni della scoperta e per il suo lavoro è stato insignito di un riconoscimento di cavaliere dell’ordine del merito, per quanto riguarda le opere che vediamo qui, tra la sua ricerca e il modo in cui l’artista le ha rappresentate che riscontro vede?

La scoperta per me è stata conoscere questo artista ed è stato merito dei curatori che hanno fatto un ottimo lavoro dal punto di vista interdisciplinare. Secondo me l’artista Giuseppe Portella ha un repertorio di opere in resina che sono davvero molto affini perché ricordano un mondo particellare non solo dal punto di vista geometrico ma anche guardandole come sfere che si creano a vicenda. Una sola di loro non avrebbe molto senso, ma sono una moltitudine con una disposizione ben precisa che compone un disegno. Trovo un connubio molto forte.

Questa mostra vogliamo portarla anche in altre città. Molto probabilmente a Siena con cui ho un legame molto forte e nella bergamasca a Bergamo Scienza, quindi sarò presente il più possibile.

Secondo me è importante capire come le persone reagiscono e interagiscono, anche perché c’è questo concetto che circonda l’accademia e la scienza che la fa sembrare distante dalla gente. In realtà appartiene a tutti, ma deve esserci un lavoro dietro di creare un linguaggio comune.

IL BOSONE DI HIGGS. Tra arte, scienza e trascendenza

Le rappresentazioni iconografiche del Bosone di Higgs, illustrato da più punti di vista, trovano spesso corrispondenze con altre immagini in uso nei linguaggi figurativi provenienti da tradizioni religiose e di indirizzo spirituale. Il design dell’acceleratore LHC, in uso al CERN di Ginevra ha in alcune sue viste, similitudini impressionante con quelle dei disegni concentrici dei Mandala. 

Queste particolari forme di rappresentazioni sacre sono costruite a partire da un impianto diagrammatico geometrico di provenienza tibetana. Sono utilizzate nelle culture religiose e spirituali di provenienza asiatica per offrire ai devoti elementi di meditazione e suggestioni idonee al raggiungimento di una dimensione dell’ Essere trascendente dalla materia e dall’ambiente che lo circonda. 

Attraverso il raccoglimento interiore il praticante potrà sperimentare forme di spiritualità e di filosofia che ispirano comportamenti e atteggiamenti interiori equilibrati e di accettazione nei confronti delle esperienze della vita.

Il Mandala è costituito da un disco di forma rotonda organizzato attorno a un punto centrale attorno al quale ruotano una serie di disegni simmetrici colorati a rappresentare l’ordine del micro e del macro cosmo. Il Mandala è un luogo-logo simbolico, geometrico, attivatore di connessioni e di relazioni rappresentative verso un mondo di misteri in cui abitano le divinità.

La rivelazione dell’esistenza del Bosone di Higgs, conosciuto anche come la “Particella di Dio”, o la ”Particella maledetta”, venne confermata al pubblico dal CERN di Ginevra il 4 luglio del 2012. Da quasi mezzo secolo gli scienziati hanno indagato sulla presenza nel mondo sottonucleare di una particella il cui compito è di conferire massa a tutte le altre particelle e che consentisse loro di apparire come entità materiali e quindi di manifestarsi visivamente. Il suo nome è un tributo a Peter Higgs, fisico britannico e Premio Nobel per la fisica nel 2013, che già nel 1964 aveva teorizzato la sua esistenza. La scoperta di questa nuova particella elementare completa un altro tassello della teoria fisica e del Modello Standard.

A dieci anni dalla scoperta del Bosone di Higgs, la Strada Sotterranea Nuovissima del Castello Visconteo Sforzesco di Vigevano ospita la mostra “Il Bosone di Higgs, tra arte, scienza, trascendenza”. 

È un evento particolare che integra alla visione scientifica quella artistica, rilevando come da punti di vista diversi è possibile allargare il campo delle conoscenze umane sul piano della filosofia, della trascendenza e della capacità di riformulare la progettazione e la gestione di molti aspetti delle attività sociali. 

I protagonisti in mostra con le loro documentazioni e le loro opere sono: Giuseppe Portella, artista da sempre interessato alle relazioni tra arte e scienza; Valerio Grassi, uno scienziato in forza al CERN negli anni della scoperta del Bosone di Higgs e per questo insignito del prestigioso riconoscimento di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Saranno esposte delle parti del calorimetro del detector Atlas del Cern provenienti dalla Sezione di Milano dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

La mostra è affiancata da conferenze, proiezioni audio-video ed eventi performativi che si terranno durante tutto il periodo espositivo.

Fortunato D’Amico


Il BOSONE DI HIGGS, TRA ARTE, SCIENZA e TRASCENDENZA

Giuseppe Portella – Valerio Grassi

a cura di Fortunato D’Amico e Chiara Crosti

Strada Sotterranea Nuovissima del Castello Visconteo Sforzesco di Vigevano

Via XX Settembre, Vigevano (Pv)

dal 3 al  30 LUGLIO 2022

Orari di apertura: sabato e domenica dalle ore 10.30 alle ore 12.30-16.30 alle ore 19.00

INGRESSO LIBERO

VERNISSAGE

3 luglio 2022 ore 17.00

CONFERENZA per il 10° anniversario della scoperta del Bosone di Higgs

4 luglio 2022 ore 21.15

con Valerio Grassi e Fortunato D’Amico

Un evento organizzato da Pensare Globalmente Agire Localmente | Sopramaresotto

in collaborazione con

Rete Cultura e Wetown e AVDA Associazione Vigevanese Divulgazione Astronomica

Patrocinio del Comune di Vigevano

Con il contributo di Atlas advanced technologies s.r.l.

Si ringrazia:

Istituto Nazionale di Fisica Nucleare – Sezione di Milano

CERN

Per informazioni: worldglocal@gmail.com

CALEIDOSCOPIO | Suono Luce Tempo 

Genova BeDesign Week 2022  | CALEIDOSCOPIO

a cura di Fortunato D’Amico e Chiara Ferella Falda

3 architetti in dialogo con 14 artisti contemporanei Massimo Facchinetti, Enrico Frigerio, Massimo Roj con Maria Cristina Carlini, Max Casacci, Mario De Leo, Flavio Di Renzo, Pina Inferrera, Flavio Lucchini, Max Marra, Ercole Pignatelli, Pier Paolo Pitacco, Alfredo Rapetti Mogol, Giangiacomo Rocco di Torrepadula, Giovanni Ronzoni, Michele Sangineto, Giorgio Scianca.

Santa Maria di Castello Salita di Santa Maria di Castello, 15 – Genova

CALEIDOSCOPIO | Suono Luce Tempo” è una mostra e serie di incontri interdisciplinari e multiculturali che si terranno dal 18 al 22 maggio 2022, all’interno degli spazi del convento di Santa Maria di Castello, durante le giornate di Genova BeDesign Week. Sono stati invitati a portare il loro contributo architetti, designer, artisti, musicisti, che da punti di vista differenti convergeranno le loro proposte e suggestioni, su alcuni tra più interessanti elementi progettuali su cui si fonda la percezione dell’ambiente reale: il suono, la luce e il tempo. Elementi che concorrono a determinare la condizione qualitativa dello spazio abitativo nella quale fluttuiamo quotidianamente. La mostra CALEIDOSCOPIO è promossa da DIDE (Distretto del Design di Genova) e si inserisce nel palinsesto della nuova edizione della design week che quest’anno si rinnova e si differenzia ancora di più da tutte le altre manifestazioni analoghe, aggiungendo un elemento di indiscussa eccellenza, il design nautico. Rimane invece invariata e anzi valorizzata la mission che da sempre anima la manifestazione, la rigenerazione concreta e visibile del territorio e la valorizzazione e diffusione della cultura del design. Il distretto del design quest’anno si amplia coinvolgendo altre zone della città, a cominciare dal quartiere del Molo.

Nello spettacolare scenario della chiesa di Santa Maria di Castello e annesso convento, datati XII secolo, prende vita la mostra CALEIDOSCOPIO curata da Fortunato D’Amico e Chiara Ferella Falda, in un momento particolare dell’attuale crisi globale, in cui le discipline del progetto e della creatività sono chiamate a correggere gli errori disegnati dalle prospettive consumistiche e a dare risposte in un periodo difficile ed estremamente complesso della storia dell’umanità. La visione caleidoscopica, intesa in campo medico, è il sintomo di un’alterazione della vista causato da un’emicrania visiva che influenza l’udito e l’olfatto. Da un’angolazione completamente diversa, quella proposta dal caleidoscopio, è invece un punto di vista che assume connotati positivi per la peculiare caratteristica dello strumento di specchiare otticamente oggetti messi alla rinfusa all’interno di un tubo a forma di cannocchiale e di riorganizzarli sotto un aspetto ordinato ed esteticamente piacevole. La metafora del caleidoscopio consente di approcciare, con una chiave di lettura straordinariamente efficace, i problemi che oggi devono affrontare le principali discipline della creatività tecnico, scientifica, come l’architettura e il design. A loro spetta il compito di redigere i progetti degli oggetti che andranno a formare l’insieme dell’habitat artificiale in cui sono immerse le nostre vite e a ridisegnare gli scenari futuri.

L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, con i suoi 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, aiuterà il pubblico a orientarsi nella lettura delle opere esposte e servirà da guida per tutti coloro che la utilizzeranno per comprendere i contesti nei quali è necessario intervenire urgentemente e adottare comportamenti idonei a raggiungere la sostenibilità economica, sociale e ambientale entro il 2030. L’approccio suggerito dall’agenda è interdisciplinare e multiculturale, stimola un confronto e un dialogo tra i professionisti in antitesi con l’approccio multi-specialistico che ha creato barriere spesso invalicabili. E’ necessario aprire un dibattito costante tra creativi e professionisti, il matematico deve dialogare con l’artista, l’architetto con l’ingegnere, il musicista con il manager, le istituzioni tra di loro. La sostenibilità non riguarda solo l’ambiente ma l’urgenza di dare a tutti la possibilità di vivere in un mondo sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale, economico. Un profondo cambiamento che riguarda le imprese, i Governi, le Amministrazioni, l’opinione pubblica, e ovviamente la cultura.

CALEIDOSCOPIO agiterà riflessioni sulla questione del Suono e dei paesaggio sonori, sempre più artificiali e meno naturali, ed esaminerà la luce come fenomeno cromatico, anche nei suoi risvolti psicologici e simbolici, così come in quelli del suo utilizzo nei moduli fotovoltaici, che sfruttano l’energia solare per produrre energia elettrica. Luce per comprendere le ombre delle meridiane e lo scorrere delle ore del Tempo diurno ma anche di quello musicale. E alla velocità della luce il nostro mondo sta mutando, proiettando il futuro in una dimensione inaspettata e fantascientifica dell’esistenza. Chi avrebbe mai detto, solo qualche anno fa che improvvisamente il frenetico pianeta Terra, antropizzato dalla globalizzazione, si sarebbe bloccato all’unisono, imponendo una brusca frenata di tutte le attività economiche, sociali, culturali, costringendo tutti noi ad un rapido ripensamento e riadattamento delle abitudini e dell’abitare il pianeta?

Sono protagonisti di CALEIDOSCOPIO | Suono Luce Tempo: gli architetti Massimo Facchinetti, Enrico Frigerio, Massimo Roj in dialogo con gli artisti Maria Cristina Carlini, Max Casacci, Mario De Leo, Flavio Di Renzo, Pina Inferrera, Flavio Lucchini, Max Marra, Ercole Pignatelli, Pier Paolo Pitacco, Alfredo Rapetti Mogol, Giangiacomo Rocco di Torrepadula, Giovanni Ronzoni, Michele Sangineto, Giorgio Scianca.

Un evento di Sopramaresotto e Associazione Pensare Globalmente Agire Localmente.

Con il Patrocinio di: ADI – Associazione per il design industriale, ALA – Assoarchitetti, Dedalo Minosse – Premio internazionale alla committenza di architettura, DiDe. Main Sponsor: ItalMesh Media Partner: ARCA International Sponsor tecnici: SlashFolder, Studio Ronzoni

CONTATTI:

Fortunato D’Amico fortunatodamico@sopramaresotto.it

Chiara Ferella Falda chiara@chiaraferellafalda.com 

ANTROPOCENE

Mario De Leo | Max Marra | Giovanni Ronzoni

ANTROPOCENE
a cura di Fortunato D’Amico

Siamo tutti consapevoli di essere giunti alla fine di un’epoca e che un’altra sta per cominciare. Preoccupati per un futuro che si presenta incerto, e apparentemente privo di direzioni, ci accingiamo a lasciarci alle spalle un passato intrappolato in una mole di problemi ambientali, sociali, economici, dai quali dovremmo svincolarci per progettare un nuovo modello di vita sociale.

Antropocene – Il Dramma – spazio gestito da Giovanni Ronzoni
L’Antropocene è un epoca di drammi e di conflitti. Basti pensare che nel corso degli ultimi 100 anni le dinamiche di trasformazione indotte dall’Uomo sul pianeta hanno provocato
l’estinzione dell’83% delle specie animali viventi. Inoltre è stata dimezzata la presenza degli alberi di circa il 50%. La corsa alla modernità ha creato conflitti e nazionalismi, superproduzioni di merci e guerre per conquistare il dominio dei territori. Il rosso, colore della vita, del cuore, dell’amore, dell’energia, nell’Era dell’Antropocene è diventato simbolo del sangue versato dall’Umanità in nome di una libertà caduta al rango di libertinaggio.

Mario De Leo, Max Marra, Giovanni Ronzoni, sono tre artisti che con le loro opere esposte nella Sala Leonardiana del Castello Visconteo Sforzesco di Vigevano intendono stimolare nel pubblico riflessioni, critiche, letture contemporanee di questa Era storica che molte organizzazioni internazionali di geologi, scienziati, climatologi, chiamano Antropocene.
Un periodo caratterizzato da un fortissimo impatto geologico sull’eco sistema, provocato dalle intensa attività tecnologica prodotta dall’Homo Sapiens nel corso dell’ultimo secolo, che ha alterato profondamente gli equilibri del pianeta e creato inevitabili disagi.
Le sculture, le installazioni, le opere grafiche, di Mario De Leo, Max Marra,
Giovanni Ronzoni, esplorano in chiave artistica alcuni degli ambiti in cui questi cambiamenti si stanno manifestando sempre più velocemente nelle nostre vite.
La mostra è scandita da tre momenti, organizzati i tre spazi contigui, ognuno dei quali gestito da uno degli artisti che a sua volta ospita e dialoga con gli altri due.
I tre temi che guidano il pubblico nel percorso espositivo sono quindi i seguenti:

Antropocene – L’Homo Sapiens – spazio gestito da Max Marra
L’Homo Sapiens, cosi come l’ambiente naturale che ha irresponsabilmente continuato a modificare, alterando insistentemente gli equilibri planetari in essere da tempi antichissimi, si è profondamente trasformato anche sotto il profilo genetico. Più che Homo Sapiens questo animale dal nome intelligente, dovremmo forse chiamarlo “Homo Ignorant”. L’antica saggezza, tramandata attraverso la filosofia, il racconto dei miti, il monito etico e morale del pensiero e delle pratiche spirituali, non sono serviti al moderno Uomo Tecnologico per un avanzamento democratico dell’opera di umanizzazione, disattendendo qualsiasi aspettativa di pacificazione, incrementando invece il desiderio di sopraffazione.

Antropocene – L’Homo Sapiens – spazio gestito da Mario De Leo
Durante L’Era dell’Antropocene la tecnologia ha avuto un ruolo fondamentale nella trasformazione dell’ambiente naturale in un sistema complesso e artificioso.
La depauperazione dell’ecosistema di risorse non più rinnovabili, utilizzate per il funzionamento di tecnologie preposte al consumo, ha favorito l’incremento di fenomeni catastrofici, dagli tsunami a oltre duemila miliardi di tonnellate di anidride carbonica riversate nell’aria, che hanno contribuito alla creazione di un enorme buco nell’ozono e accentuato i problemi derivati dal cambiamento climatico.
E’necessario ritornare all’utilizzo di tecnologie sostenibili che non producano inquinamenti.

Sala Leonardiana
Cortile del Castello Visconteo-Sforzesco di Vigevano
dal 20 Marzo al 18 Aprile 2022

 VIGEVANO MARCIA PER LA PACE 24 APRILE 2022 

Prendendo spunto dall’edizione straordinaria della PerugiAssisi www.perugiassisi.org, marcia della pace e della fraternità di rilevanza nazionale candidata a diventare patrimonio UNESCO, l’Associazione Pensare Globalmente Agire Localmente, in collaborazione con altre associazione e il Comune di Vigevano, intende realizzare con le stesse finalità una marcia per la pace locale, coinvolgendo e chiedendo la partecipazione delle associazioni e degli istituti scolastici della Lomellina. 

Nel comunicato del 4 ottobre 2021, Papa Francesco disse “Con il gesto semplice ed essenziale del vostro camminare, voi avete affermato che la cultura della cura è una strada, anzi, è la strada maestra che conduce alla pace. La cura, infatti, è il contrario dell’indifferenza, dello scarto, del violare la dignità dell’altro, cioè di quell’anti-cultura che è alla base della violenza e della guerra. Purtroppo ancora oggi, dopo le due immani guerre mondiali e le tante guerre regionali che hanno distrutto popoli e Paesi, ancora – ed è scandaloso – gli Stati spendono enormi somme di denaro per gli armamenti, mentre nelle Conferenze internazionali si proclama la pace, distogliendo di fatto lo sguardo dai milioni di fratelli e sorelle che mancano del necessario per vivere o trascinano un’esistenza indegna dell’uomo.” Parole oggi come non mai sempre attuali. 

David Maria Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo, scriveva “L’Europa deve dimostrarsi capace di diventare uno strumento di pace, un progetto per il bene di tutti, capace di proteggere le persone, sostenere le imprese, investire nell’uguaglianza, nel progresso sociale e nel benessere economico. Tutto questo dobbiamo declinarlo in iniziative concrete, perché se i migranti continueranno ad annegare nel Mediterraneo, i profughi ad essere rifiutati, i bambini a morire per mancanza di cure, come potremmo dire che questo spazio unico di libertà e democrazia sia un modello utile ad un mondo più giusto?” 

Per chi ha già partecipato negli anni passati alla PerugiAssisi sa quanto questo evento sia davvero un momento di testimonianza, gioia e convivialità che rinsalda i rapporti sociali e la voglia di continuare a sperare e prodigarsi per portare avanti i valori della solidarietà, fratellanza, pace, amore e della cura dell’altro… per imparare tutti a ripudiare la guerra e a diventare costruttrici e costruttori di pace. 

Per chi non potrà recarsi a Perugia il prossimo 24 Aprile, vogliamo riproporre un piccolo percorso in Vigevano, dalla frazione Sforzesca fino in centro, coinvolgendo in primis i giovani insieme alle loro famiglie, per giungere fino alla Piazza Ducale ove, con la partecipazione dei ragazzi, verrà ricreato il Terzo Paradiso di Pistoletto – presidente onorario della nostra associazione – con tutte le bandiere del mondo elaborate dagli studenti stessi. Per ulteriori informazioni sul Terzo Paradiso: terzoparadiso.org/what-is 

L’obiettivo numero 16 dell’Agenda ONU 2030 sulla quale si basa lo Statuto della nostra associazione, riprende proprio il principio della pace, della giustizia e delle istituzioni forti, per la promozione di società pacifiche ed inclusive ai fini dello sviluppo sostenibile, fornendo inoltre l’accesso universale alla giustizia e l’impegno per la costruzione di istituzioni responsabili ed efficaci a tutti i livelli. 

Auspicando una partecipazione massiva all’evento, per dare un segnale forte alle organizzazioni governative in merito alle molteplici situazioni internazionali di conflitti e guerre, chiediamo di poter fare PASSAPAROLA il più possibile tra i vostri contatti per trovarci tutti insieme in un cammino di pace. 

PER INFORMAZIONI SCRIVI ALLA MAIL DEDICATA A QUESTA INIZIATIVA : info.worldglocal@gmail.com

Massimo Facchinetti. HABITAT – RIGENERARE IL PIANETA

a cura di Fortunato D’Amico

Progettare una società migliore non è solo un obiettivo, ma è anche il motore dello sviluppo sostenibile e il criterio informativo che organizza le attività dell’architettura e del design, legate alla pratica professionale dell’architetto e designer Massimo Facchinetti. La mostra Habitat – Rigenerare il Pianeta è una raccolta selezionata di lavori realizzati nei lunghi anni di esperienza progettuale acquisita in Italia e all’estero, dall’architetto bergamasco.

Interessato a sviluppare le sue ricerche nel campo del design, fonda nel 1997 la società Massimo Facchinetti designer by Prototipi. Nel 2004 insieme ad Alessandra Boccalari e Carlo Bono, costituisce lo studio associato Facchinetti & Partners, specializzandosi nei settori dell’architettura, del paesaggio dell’urbanistica.

Traslazioni e Osmosi, questo è il nome dato ai due percorsi paralleli allestiti all’interno della Strada Sotterranea, uno dedicato al fenomeno architettonico, e l’altro al settore del design, oltre a presentare lavori già realizzati dallo studio, evidenziano le peculiarità che informano la stesura dei progetti finalizzati alla sostenibiità sociale, ambientale, economica.

Nella produzione architettonica l’innovazione tecnologica applicata alla costruzione degli edifici segue il criterio della progettazione green, che pone una particolare attenzione al risparmio, al beneficio energetico degli edifici, all’impegno nella decarbonizzazione edilizia, ambientale e territoriale. La ricerca e l’innovazione tecnologica è conseguita invece attraverso utilizzo di materiali innovativi applicati sia nell’architettura privata che in quella pubblica. Particolare attenzione viene posta anche per lutilizzo del colore, indagato come elemento per esplorare una quarta dimensione e progettato come “artefatto sensoriale”.

Il design funzionale proposto da Massimo Facchinetti, è utile alle persone ed è alla portata di tutti, perché interprete di esigenze reali, affrontate grazie al know-how universale e con un punto di vista innovativo. E’ un design ecosostenibile che si propone l’integrazione degli oggetti nell’habitat e persegue l’obiettivo della qualità totale e del beneficio energetico. Le competenze acquisite in questo settore coprono ogni fase del processo produttivo, dal concept alla progettazione, al coordinamento di tutte le fasi di ingegnerizzazione e prototipazione, fino all’assistenza per la messa in produzione.


Massimo Facchinetti, è nato il 19 maggio 1965, si è laureato nel 1992 presso la Facoltà di architettura del Politecnico di Milano con indirizzo in progettazione industriale e design. Dallo stesso anno esercita la professione di architetto, svolgendo attività didattica presso le Università di Milano, Firenze, Torino, Brescia, Mantova.

Lo studio Facchinetti & Partners Architetti Associati fondato da Massimo Facchinetti, Carlo Bono, Alessandra Boccalari, si costituisce all’inizio del 2004, integrandosi e sostituendosi alla precedente struttura tecnica, organizzata e gestita da più di un decennio dallo stesso Massimo Facchinetti, si occupa di progettazione, pianificazione urbanistica e territoriale di opere sia pubbliche che private.


Massimo Facchinetti.HABITAT – RIGENERARE IL PIANETA

a cura di Fortunato D’Amico

 Strada Sotterranea Castello Visconteo Sforzesco di Vigevano

Portone di via XX Settembre

dal 26 Marzo al 17 Aprile 2022

INAUGURAZIONE: 26 Marzo ore 16.00

Orari di apertura: Sabato e Domenica ore 10.30 -12.30 | 16.00 – 19.00

Daniela Pellegrini. SANTIAGO ON THE WALLS

a cura di Fortunato D’Amico

dal 5 al 13 marzo 2022 Sala Leonardiana Cortile del Castello Visconteo-Sforzesco di Vigevano

Per intercessione divina lungo il cammino, sulla strada di Damasco o di Santiago, l’iniziato conseguiva quella grazia interiore necessaria a invadere con la consapevolezza dell’Illuminato i territori dell’anima, l’ispirazione luminosa avrebbe facilitato la trasmigrazione dal corpo fisico a quello dello spirito. Nei racconti della scienza antica, il viaggio è infatti l’allegoria di una trasmutazione alchemica, interiore ed esteriore. Il Cammino di Santiago di Compostela documentato dalle fotografie di Daniela Pellegrini, e dalla sua sensibilità di artista interessata ad indagare l’universo simbolico che ruota intorno alla sua vita, mette l’accento sulla serie di messaggi, scritte ed epitaffi poetici che altri viaggiatori hanno lasciato lungo il percorso. In questo senso l’esplorazione artistica non coinvolge solo l’universo dei segni rappresentati nelle immagini in mostra, ma anche le deduzioni filosofiche e narrative ispirate in parte dalla conoscenza dei simboli del Camino, ormai considerati esoterici, e dall’altra l’approfondimento di un indagine interiore. Sono quindi foto da interpretare da un lato come documenti di viaggio e dall’altro come testimonianze di una rilettura personale e artistica. Motivo questo che ha spinto Daniela Pellegrini a selezionare e riorganizzare una sequenza di una parte delle numerose immagini e costruire una narrazione che va oltre il “didackt” dell’apparenza.


Sala Leonardiana Cortile del Castello Visconteo-Sforzesco di Vigevano

dal 5 al 13 marzo 2022

aperto: sabato e domenica dalle ore 10.30 – 12-00 ; 16.00- 19.00

Inaugurazione: Sabato 5 marzo, ore 15.30

Conferenza con l’artista e il curatore: Domenica 6 Marzo, ore 17.00 – Presenta: Vito Giuliana

Per info: sopramaresotto@gmail.com 

 Sara Conforti Centosettantaperottanta – What comes first? 

Ch1 – 2020 – 2021

In mostra dal 16.02.2022 al 08.03.2022 alla Galleria Gli Acrobati di Torino 

Centosettantaperottanta | What comes first? Ch1 – 2020 – 2021 è il primo capitolo del progetto di ricerca artistica di Sara Conforti, nato nel 2020 e ispirato dal tema del format educativo AtWork 2022 DI Moleskine Foundation e realizzato durante l’emergenza Covid 19.

A cura di Fortunato D’Amico, l’installazione site specific è stata ospite – ad Ottobre – sia del VI Festival dell’Outsider Art e dell’Arte Irregolare – Palazzo Barolo – Torino sia alla XIII Florence Biennale 2021. ETERNAL FEMININE | ETERNAL CHANGE Concepts of Femininity in Contemporary Art and Design padiglione Cavaniglia a cura di Fortunato D’Amico, dove l’artista è stata inviata in veste di Guest of Honour e dove ha ricevuto il Premio Lorenzo il Magnifico del Presidente alla Carriera per l’impegno profuso a favore del femminile fragile. 

  
Nel Dicembre 2020, Moleskine Foundation invita Sara Conforti alla creazione di un esclusivo taccuino d’artista AtWork da inserire nella sua prestigiosa collezione. 
 
Nasce così un’edizione speciale del progetto Centosettantaperottanta, di Sara Conforti, un percorso di ricerca artistica itinerante attraverso il quale l’artista, dal 2011, identifica uno spazio di esplorazione dedicato all’universo femminile. Il valore pubblico e privato della memoria e del vissuto degli oggetti vestimentari incontra così la possibilità di svelarsi attraverso una prassi tassonomica partecipativa. La ricerca scava nei guardaroba per cercare di condividere risposte in cui gli indumenti delle partecipanti diventano protagonisti di autopsie “affettive”, fulcro di un viaggio del Sé in relazione al gruppo, strumento per favorire la nascita di nuove narrazioni collettive. 
 
Centosettantaperottanta, integrando la domanda What comes first? del format educativo Atwork, ibrida la consueta pratica gender oriented tra abito e habitus di questo progetto artistico, e propone la costruzione di un archivio di reminiscenze vestimentarie condivise, attraverso la redazione dei taccuini Moleskine create da ciascuna delle partecipanti, insieme alla realizzazione di un ricamo personalizzato.  
Gli incontri dedicati a questa ricerca artistica, sono iniziati nel dicembre 2020 con le utenti di Fragole Celesti, Comunità doppia diagnosi per la cura di abusi, violenze e maltrattamenti.  
Sia in modalità remota che in presenza si sono tenuti 10 workshop che hanno coinvolto 70 partecipanti lungo la penisola a partire dal mese di Dicembre 2020 sino a Luglio 2021.  
  
I lavori, opportunamente elaborati in fase finale, sono stati poi esposti al pubblico, una volta a Palazzo Barolo di Torino ed un’altra a Firenze, durante la Florence Biennale 2021, con una curiosa formula partecipata che rimanda ai Libri della Fortuna in gran voga nel periodo del Rinascimento.  
Il pubblico degli utenti, rivolgendo a se stesso la domanda What comes first? potrà interagire con le opere delle partecipanti, estraendo un numero da un insieme di piccoli sassi cifrati che a sua volta coincide con quello di un taccuino e di uno dei ricami rilegati nel libro, a loro volta numerati e messi a disposizione del pubblico. Attraverso la loro lettura il pubblico potrà entrare in contatto empatico con la storia scritta dall’anonima compilatrice dell’opera, casualmente chiamata a dare risposta alla domanda iniziale. 
 
Sara Conforti concepisce il lavoro artistico come momento di interpolazione e di intreccio tra la dimensione etica e quella estetica. La sua attività creativa è strettamente connessa ad una operatività relazionale e ad un’arte che potremmo definire di psicoanalisi interpersonale, motivata dal desiderio di portare un reale contributo al cambiamento sociale, spirituale, finalizzata al raggiungimento di una felicità da condividere senza sensi di colpa. Grazie all’abilità artistica di Sara Conforti, i taccuini e i ricami di Centosettantaperottanta – What comes first? sono quindi validi strumenti di analisi e autoanalisi introspettiva, documenti di un percorso di vita e di cambiamento personale e condiviso, indizi che ci suggeriscono proiezioni al futuro dei nostri stati d’animo. 
  
L’augurio non può che essere, per tutti i curiosi e gli intrepidi che decideranno di affrontare il viaggio di ventura insieme a Sara Conforti e alla sua arte combinatoria, che è uno solo: 
Buona Fortuna. 
 
La Collezione di Moleskine Foundation conta più di 1.300 “taccuini d’autore”, opere uniche realizzate da artisti e pensatori su taccuini Moleskine e donate alla Fondazione per sostenere le sue attività. Una staffetta di creatività collettiva che viaggia per il mondo, ispirando una comunità internazionale di talenti creativi, creativity pioneers, change maker e non solo. Raccoglie i contributi di artisti, designer, architetti, musicisti, filmmaker, illustratori, intellettuali e filosofi, che – pagina dopo pagina – hanno riempito i taccuini di pensieri, schizzi, immagini, trasformandoli spesso in artefatti completamente diversi dall’originale.  Il taccuino è lo strumento, il limite, l’origine. La Fondazione si adopera per presentare la collezione a eventi artistici, festival, mostre e Biennali, così da continuare a dare il massimo della visibilità agli autori e, al contempo, sostenere le attività di raccolta fondi. La Collezione ha un valore educativo unico, poiché è un punto di partenza di riflessione e ispirazione per i giovani delle comunità svantaggiate in tutto il mondo che sono i beneficiari del programma educativo non convenzionale Atwork.  

 
Links: 

Notebook Sara Conforti  – Archive Number XXII – 373 
https://www.at-work.org/en/notebook/sara-conforti-2/ 
https://www.moleskinefoundationcollection.org/sara-conforti-centosettantaperottanta-4772/ 
 
https://www.moleskinefoundationcollection.org/ 
https://moleskinefoundation.org/ 
https://www.instagram.com/moleskinefoundation/ 

La Matta di casa. Iconografie dell’immaginario

Casa Museo Boschi Di Stefano dal 10-11-2021 al 16-01-2022

Testo di Cristina Cary

Nel pensare globale e agire locale la costruzione del futuro insieme, apre scenari di radicale innovazione di mentalità e tecnologia. Le macchine intelligenti non sono di per sé nocive, la strumentalizzazione invece lo è quando mente, irretisce il pensiero come una monade automa. Ma le cose perdute insistono per rivivere. Ci viene così in soccorso nei momenti drammatici l’immaginazione, ridandoci i sogni, i miti, i simboli di trasformazione sociale. Si sviluppa così la mostra “La Matta di casa. Iconografia dell’immaginario”. Mostra ispirata al libro (edito 2020) dell’epistemologa, saggista e amica Eleonora Fiorani. Hanno partecipato allla mostra le artiste Milena Barberis, Marcella Bonfanti, Cristina Cary, Loretta Cappanera, Amalia Del Ponte, Anna Maria Del Ponte, Gretel Fehr, Monica Forte, Mavi Ferrando, Mintoy, Fausta Squatriti, Lorena Pedemonte Tarodo.
Capitò che Eleonora cadde per strada, forse un bambino la tamponò, lei si ruppe un femore. È sempre stata una figura esile, una silhouette elegante molto spesso in abito nero a forma desugual e stivali cuissarders fin sopra il ginocchio molto cool in passato ma anche oggi. Grandi occhiali neri di shapes avvolgenti e un bellissimo amuleto, un uroboro in mezzo al petto.
Non è detto ma può capitare che ci siano schegge di umanità, così ci definì Eleonora. In questi frangenti essere sole risulta problematico ma ecco muoversi una famiglia di amicizie più strette, che passano all’attacco come ausiliarie. Lei così generosa rispettosa dell’umanità intera. Si ristabilì e tornata nella sua casa scrigno, fucina di libri, sculture africane, piante, bambola regalata da una zia, in questo nido vivente, scrisse ancora tre libri e poi se ne andò in cielo. Una casa con due uscite sulla strada. L’uscita secondaria si apriva su un bel giardino, anima botanica miniaturizzata nei fiori, immagine di un naturalismo zen, senza sfarzo tutta concentrata sull’essenza delle cose. Nessun senso pratico, nei piccoli cassetti abitavano le grandezze, nella toilette tutto ciò che serve per il beauty giocando con il tempo della giovinezza perenne di Eleonora.
Il gruppo di artiste si apprestò nella creazione di un collettivo Ele Art Collective con l’intento di diffondere il suo patrimonio culturale e umano e organizzare insieme al Comune di Milano uno spazio a lei dedicato.
Maria Fratelli, direttrice di Casa Museo Boschi Di Stefano e amica di Eleonora ha realizzato insieme al gruppo Ele Art Collective la mostra La matta di casa. Maria Fratelli lavora da oltre vent’anni per i Civici Musei di Milano curando mostre, convegni e pubblicazioni. La casa Museo dove abitavano i coniugi Antonio Boschi e Marieda Di Stefano conserva una selezione di oltre duemila opere donata al Comune di Milano nel 1974, una straordinaria testimonianza dell’arte del XX secolo. Un contributo speciale va reso all’artista Mintoy, ideatrice e curatrice della mostra
Eleonora Fiorani nel suo libro parabolico, ricco di note e autori a piè di pagina, cita Gaston Bachelard e Gilbert Durand. Il primo epistemologo, filosofo della scienza e della poesia francese, il secondo antropologo e saggista. Capita di imparentarmi con alcuni pensatori sin dal liceo cosicché mio nonno era Gaston Bachelard colui che scrisse La poetica dello spazio quale luogo dove nasce la poesia e sorge l’immaginazione. Mentre Bachelard indaga la fenomenologica dell’immaginario, Durand, discepolo che ne eredita i canoni, si impegna nella costruzione del processo archetipo con il suo Strutture antropologiche dell’immaginario 1972. Bachelard, Durand, Henry Corbin e Roger Bastide sono tra i maggiori studiosi del simbolo, del mito e dell’immaginario. Alcuni di loro s’incontravano a Villa Gabriella sul Lago Maggiore ad Ascona come animatori del Circolo Eranos insieme a Cassirer, C.G.Jung, Tomas Mann, Ernesto Buonaiuti, l’astrologa e teosofa Alice Bailley, poeti, attori, illustrissimi ricercatori multidisciplinari.
Per Bachelard La nostra anima è una dimora, topografia del nostro intimo indaga sull’emergere della coscienza reveause là dove essa sanziona l’imprevedibilità della parola un poco al disopra del linguaggio significante.
Durand rappresenta una sintesi sulle strutture e sulla tipologia dei contenuti simbolici, quali risultano dai miti e dai frequenti rimandi alle arti, alla letteratura e alle diverse civiltà. Una sorta di giardino delle immagini, ordinato come la botanica di Linneo.
Nel rimemorare, come non pensare ad André Breton al Manifesto del Surrealismo Ridurre l’immaginazione in schiavitù, fosse anche a costa di ciò che viene chiamato sommariamente felicità, è sottrarsi a quel tanto di giustizia suprema che possiamo trovare in fondo a noi stessi… ed è sulla scia Surrealista che indaga la prossima Biennale Il latte dei sogni/The Milk of Dreams titolo tratto dal libro dell’artista e giovane moglie di Max Ernst, Leonora Carrington.
Per Eleonora Fiorani i miti sono del resto la cristallizzazione dei sogni collettivi tanto più che il mito è sempre plurale è fatto di molteplici versioni diverse, attraversi gli avatar di Secon life e dei videogiochi e identità virtuali, ognuno procede mascherato. Digitale è la nuova galassia dell’immaginario.
L’Ombra sovrasta la Luce, nell’ombra i mondi spettrali delle merci come mondi autonomi, la pandemia e le catastrofi ambientali, i sans papiers, i profughi o popoli lucciole che ad intermittenza inviano segnali, i razzismi perpetrati. Nella sofferenza l’immagine poetica canta con la voce intensamente profonda di Nina Simone, canta Mr. Bojangles che salta e balla con le sue scarpe consumate per rincuorare il suo compagno di cella a New Orleans.
Da Eleonora… Pensando ad una archeologia dell’anima collettiva, viene da qui la sincronicità di passato presente futuro, da qui la nuova sensibilità ecologica il coniugare corpo individuale e corpo di Natura in un sistema complesso. Così oggi è alla luce delle valenze antropologiche e biologiche piuttosto che a immagini trans -e post -umane che dobbiamo guardare all’irrinunciabilità del nostro legame con la terra e con le altre creature per poterci orientare per una possibile salvezza futura.
Così come l’artista è la matta di casa, mi piace immaginare l’artista come un Trickster, uno strano eroe trasgressivo che rimanda agli strati profondi del pensiero mitico, un briccone e insieme eroe di civiltà, anche un creatore investito di sacralità. lo stesso Duchamp considerava l’umorismo la salvaguardia che consente di passare attraverso tutti gli specchi.

Note: tutte le citazioni di Eleonora Fiorani sono tratte dal suo libro “La matta di casa. Iconografie dell’immaginario (ed. 2020)

LE ARTISTE DELLA CASA DELLE MATTE

Milena Barberis: “Chiara nella nicchia” parla delle ossessioni del bello mutante dove naturale e artificiale si sovrappongono. Da qui le forme naturali e insieme straniate delle facce e dei corpi, una sorta di cosmesi dell’immagine ma senza l’illusione di poterla riscattare dalla sua negatività.

Milena Barberis


Marcella Bonfanti: “Dove vanno a finire le stelle” la sua ricerca si basa sul paradosso degli opposti, la natura del dualismo e il complementare nella realtà, ogni opera è una e molteplice un deposito visuale ed operativo che funge da referente poetico fra tessuti, arte cinetica, elettronica

Marcella Bonfanti– operea a sx


Cristina Cary: “Città lunare e Loop to Loop” bozzetti sempre vivi di una teatralità che imita le macchine virtuali in un gioco parodistico che sfocia in proposte scultoree. Parà -simile e odè- canto evidenzia nature Pananfibi multiformi e opere ambientali uniformi Archiformi di mondi e Arte Attiva.

Cristina Cary


Loretta Cappanera: “La danza e il volo della gru” segni di esistenza così intitola un ciclo di opere in cui dipinge con la ruggine imprimendo le impronte lasciate dal ferro sui tessuti di lino, canapa, cotone, garza e seta lasciano tracce. Con questi materiali realizza Libri d’artista

Marcella Bonfanti- Cristina Cary – Loretta Cappanera


Amalia Del Ponte: “Effimera”. Scultrice e designer unisce rigore formale e indagine archetipa presenti nella medesima scienza, ricerca sul vuoto, sulla luce e sulla materia evocate nel lavoro fotografico

Amalia del Ponte e dx Monica Forte


Anna Maria Del Ponte: “Supereroi digitalizzati” un archetipo della deposizione nel Che Guevara Giornalista, fotografa, e ricercatrice vive in Svizzera dove ha fondato GoodLifeLearning. Il nomadismo è una pratica per conoscere le diverse culture, esperienza che crea nuova coscienza.

Anna Maria Del Ponte


Gretel Fehr: “Floating” e” Owl” visual artist, photographer, digital art, contemporary art curator propone un lavoro patafisico, corrente della quale è Reggentessa Fotosofistica. Il suo lavoro incentrato sul rapporto arte e realtà sociale che contrappone con transfert di mondi e modi.

Gretel Fehr


Mavì Ferrando: “Geometrie di confine” l’ambiguità dell’apparine è da sempre il cardine del suo lavoro sulle forme e percezione degli oggetti nella scultura usando materiali di riciclo, elabora un linguaggio proprio provocatorio rasente l’assurdo.

Mavì Ferrando


Monica Forte: “Day by day” da sempre coinvolta nell’arte nel design, fotografia e architettura, concept design, i suoi diversi interessi hanno sviluppato in lei un’attitudine di mente ibrida come punto forza interdisciplinare, la ricerca nasce dall’indagare gli spazi domestici contemporanei.

Monica Forte


Mintoy: “La boccia dei Tritoni “Cromagraphie agli infrarossi lavora sulla non oggettività nella pittura come unità interiore, nell’astrazione unisce le sensazioni percettive del mondo emozionale lavorando sulle superfici emanatorie energetiche, luogo meditativo attraverso i ritmi del colore

Mintoy


Fausta Squatriti: “Dies irae con stregone blu”. Un’irrisolvibile oscillazione tra due poli è la postura profonda che per comodità di sintesi si può definire come ricerca di compenetrazione tra gli opposti. Non a caso. Il suo è stato sempre un lavoro fondato sulla dicotomia umana.

Fausta Squatriti


Lorena Pedemonte Tarodo: “Multitud [ñ ] secondo stadio” scrive “Cercando di essere io stessa parte dei segni ho compiuto un lungo viaggio nell’ immaginario del loro mondo ….ed essi mi hanno portato nel tempo senza tempo, nel flusso che avvicina al mondo creativo che c’è dentro ad ogni uno di noi “.

Lorena Pedemonte Tarodo

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