Autore: worldglocalgmailcom
Il viceministro dell’interno Vito Crimi risponde alla domande di Silvia Baldina sulle priorità della crisi economica
Vito Crimi, viceministro dell’interno, spiega a Silvia Baldina quali saranno le misure adottate e gli investimente previsti dal governo per aiutare le imprese e i cittadini ad uscire dalla crisi economia provocata dall’emergenza Covid-19
Giulio Ceppi: “Design come relazione”
Intervista a cura di Angela Faravelli

Foto di Giovanni Gastel
Non si può fare a meno di riflettere sul particolare momento storico che tutti stiamo vivendo e attraversando, caratterizzato da un cambiamento radicale riguardo la gestione del tempo e dello spazio; così le persone, dovendo rimanere nel perimetro casalingo e avendo a disposizione un tempo indefinito, si trovano a dover ristabilire un nuovo modo di vivere, scandito e contraddistinto da nuove abitudini.
In questo contesto è fondamentale tanto la possibilità di esprimersi quanto quella di conoscere le opinioni ed i pensieri di chi, per “deformazione professionale”, è abituato a figurarsi realtà in divenire, come nel caso dei progettisti.
In questa intervista Giulio Ceppi (1965), architetto e designer che vive e lavora a Milano e sul Lago di Como, occupandosi di progettazione sensoriale e design dei materiali, di sviluppo di nuove tecnologie e di strategie di identità, apre un dialogo intorno ad un futuro da visionare e disegnare insieme in seguito alla chiamata da parte della Ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina per far parte del comitato di esperti incaricati di progettare una nuova scuola che dovrà nascere dall’emergenza.
Angela Faravelli: Compito dell’architetto è saper tradurre in spazi vivibili ed esperienze reali le esigenze di cui la collettività non ha ancora pienamente preso coscienza. L’emergenza mondiale legata al virus Covid-19 che ha investito la nostra società come sta cambiando il tuo approccio al progetto?
Giulio Ceppi: L’architettura è una “scienza inesatta”, nel senso che è un’attività basata fondamentalmente sulle persone, sui loro comportamenti, sui loro bisogni, sui loro desideri e, nel momento in cui un evento come il virus Covid-19 modifica il contesto, anche i paradigmi dell’architettura cambiano, perché stanno mutando le distanze tra le persone, il valore della prossemica e il modo di relazionarsi con gli altri. Non bisogna dimenticare che il progetto è un’attività di relazione: non si può progettare da soli, ma sempre attraverso una negoziazione con altre persone, tramite riscontri e interazioni. Lavorando maggiormente in remoto si modificherà inevitabilmente qualsiasi tipo di progetto e le conseguenze saranno sicuramente di due tipi: una riguarderà gli obbiettivi ed i contenuti dell’architettura e l’altra le modalità ed i processi con cui l’architettura stessa opera nel reale. La missione, per noi progettisti, sarà sempre più saper essere dei traduttori, delle interfacce, tra ciò che è ancora “in potenza” e ciò che potrà poi divenire una pratica quotidiana. La grande sfida – e l’elemento che a mio parere determinerà la differenza – sarà la capacità di saperlo fare in maniera gentile e rassicurante, avendo sensibilità, modestia ed empatia, cosicché chi adotterà queste nuove soluzioni possa sentirsi coinvolto.

AF: Nei tuoi progetti poni grande attenzione alla possibilità di rendere sempre più stratificata e complessa la percezione e fruizione dell’oggetto/edificio inserendovi aspetti e sfaccettature multisensoriali. Questa scelta rivela la tua costante attenzione dedicata alla ricerca di modelli universali e inclusivi. Puoi spiegare meglio i concetti di Design for All e Design for the Common Good? Da quando hai iniziato ad occuparti di queste tematiche? In quali progetti hai concretamente tradotto i punti teorici di queste discipline?
GC: Il mio avvicinamento al tema del Design for All e della progettazione inclusiva è maturato durante i 10 anni di collaborazione con Autogrill, azienda che opera nel settore dei servizi di ristorazione per chi viaggia, in cui ho avuto modo di rendermi conto e imparare che l’attenzione specifica ai bisogni e alle esigenze di individui appartenenti a categorie particolari modifica inevitabilmente il progetto, portando però una miglioria al complesso. Nel caso specifico del progetto dell’Autogrill Villoresi Est – collocato sull’autostrada Milano-Varese – mi sono trovato a dover operare in un contesto in cui l’architettura in quanto oggetto andava in secondo piano, basando principalmente le mie scelte sul fatto che si trattava sostanzialmente di un luogo di relazioni, dove la gente vive lo spazio per un tempo limitato ma caratterizzato da esperienze e bisogni tra loro molto diversificati: c’è chi viaggia per lavoro come un camionista, chi si sposta con dei bambini o degli animali, oppure chi arriva in motocicletta; si tratta di persone che hanno esigenze tanto diverse quanto le ha un disabile, un anziano o una persona che non parla la nostra lingua. Quindi questo progetto è stato un’esperienza sul campo, che mi ha permesso di definire e sviluppare una serie di attenzioni e di servizi basati su una logica inclusiva, capace di soddisfare esigenze differenti e particolari. Ad esempio il modo in cui è stato pensato che una persona disabile potesse fare la coda o portare un vassoio durante una fase di free flow ha modificato il modo in cui tutti fanno lo scontrino o acquistano un prodotto. Analogamente nel market si è pensato di inserire dei contenitori delle merci molto bassi per permettere sia ad un bambino che ad un disabile di prendere i prodotti a qualsiasi altezza e ciò ha cambiato interamente il paesaggio del market e l’ha reso per tutti più godibile. Dunque l’aspetto più interessante del Design for All è come le esigenze specifiche di alcune persone che sembrano delle minoranze – e magari quantitativamente lo sono – in verità rendono un edificio migliore per tutti, evitando le ghettizzazioni. L’attenzione dedicata alla protezione di categorie fragili, soprattutto il questo periodo in cui il virus Covid-19 ha colpito la popolazione in maniera indistinta, sono convinto ci permetterà di crescere, sviluppare e implementare questi micro-aspetti progettuali.

inclusivo e smart
Il Design for the Common Good rappresenta un passaggio in più in cui l’attenzione è posta a favore del “Terzo settore”, legato a scopi sociali, mirando a progettare luoghi di grande qualità di relazioni ma anche di spazi dentro cui le relazioni avvengono; è importante trasmettere questo messaggio alle aziende, a chi si occupa del Corporate Social Responsability, perché l’attenzione verso terzi e la capacità di aiutare chi ne ha bisogno devono diventare pratiche diffuse nel quotidiano ed equamente distribuite nella società. Personalmente ho maturato questi aspetti nelle numerose collaborazioni con Dynamo Camp, realtà americana fondata da Paul Newman di diffusione mondiale che si occupa di far vivere a bambini con malattie terminali o con situazioni di vita molto difficili una settimana adrenalinica; l’Italia rappresenta un’eccellenza con la sede situata nel Parco dell’Abetone. In questo contesto ho avuto modo di constatare come il settore del volontariato fosse anche portatore di qualità estetiche, ambientali e architettoniche, consentendomi di guardare al progetto come ad un’attività molto orizzontale, al fine di creare delle strade – non dei sentieri elitari – percorribili ed accessibili a tutti, in cui la qualità arriva a toccare tante persone in maniera democratica e comunitaria; non mi è mai interessato il design come un esercizio solipsistico o puramente estetico, perché non credo che sarà la bellezza a salvare il mondo, ma l’etica dei valori, in quanto la bellezza da sola non può essere un valore fondante.
AF: Come pensi che l’architettura e il design possano aiutare a superare questa crisi mondiale? Come possono agevolare l’avvento di nuove modalità per vivere il tempo e lo spazio che in questo periodo hanno subito da una parte una forte dilatazione e dall’altra una pesante restrizione?
GC: Penso che l’architettura e il design debbano fare una profonda riflessione sul proprio statuto esistenziale e sugli obiettivi veri della disciplina e della professionalità del progettista, perché in questi anni ci si è occupati molto del superfluo e dei fattori puramente estetici a discapito dei contenuti, dei valori concreti delle cose e della loro autenticità. Una catastrofe come quella del virus Covid-19 mi auguro serva a far tornare autocoscienza, responsabilità e attenzione verso la qualità, togliendo la spettacolarizzazione che rende i progetti troppo autoreferenziali, narcisistici e autotelici, riportandoli invece al servizio della comunità, all’insegna di un vero e proprio richiamo alla deontologia e alla serietà dei progettisti, che dovranno dar prova di saper lavorare forse con meno ma “mettendo” di più.

Durante questi anni ho curato per Material ConneXion Italia alcune rassegne sulla Smart City, ovvero sull’impatto delle tecnologie e dei nuovi materiali nelle nostre città; sono certo che quello che sta accadendo in questo periodo modificherà in maniera drastica il futuro delle megalopoli, perché la densità e la promiscuità diventeranno un problema sempre più grande. Design e tecnologie dovranno operare per rassicurare le persone e stabilire dei nuovi comportamenti, diversi da quelli che abbiamo vissuto in precedenza, che non possono essere surrogati, ma dovranno creare nuove dimensioni antropologiche. Si dovrà lavorare sull’ibridazione tra digitale e analogico, tempo reale e differito, al fine di trovare delle dimensioni che permettano di incontrare gli altri pur mantenendo delle distanze; cambieranno tutti i servizi Pay to Rent e Sharing, ci saranno nuove regole dettate dalla necessità di incrementare l’igiene, focalizzando la ricerca sull’implementazione di materiali e processi legati alla sanificazione delle superfici.
AF: L’architettura e il design sono strumenti messi a disposizione della collettività affinché, attraverso il loro utilizzo, si possa procedere in direzione di un miglioramento della propria esistenza tramite la percezione e la consapevolezza. Pensi che il progetto possa educare l’anima e il comportamento delle persone?
GC: Certamente! Assolutamente sì. Dal mio punto di vista i progetti sono validi se maieutici, cioè se capaci di trasmettere alle persone valori e se sono in grado di suggerire in maniera partecipativa, aperta e positiva nuovi comportamenti. Uno dei miei maestri è stato Achille Castiglioni, il quale sosteneva che qualsiasi operazione progettuale non era relativa all’oggetto in sé ma al comportamento che questo avrebbe suggerito a terzi. Quindi è fondamentale pensare in una maniera human based, ponendo l’uomo al centro e cercando di dare alle persone non solo la sicurezza, ma soprattutto la consapevolezza attraverso la percezione sensoriale, estetica e funzionale. La mia attività di docenza al Politecnico di Milano mi ha permesso di compiere molta ricerca in questa direzione: anni fa infatti avevo diretto un laboratorio titolato Awarness Design, per aiutare concretamente le persone ad essere più consapevoli sui prodotti che ci circondano. Inoltre, quando devo citare un esempio che esalti l’aspetto legato alla consapevolezza mi viene sempre in mente l’attività che svolge Slow Food – associazione fondata da Carlo Petrini – che, attraverso il concetto di filiera, tracciabilità e biodiversità, ha contribuito ad innescare consapevolezza relativa al cibo, facendo capire cosa si sta mangiando e perché selezionando quel cibo si fa una scelta di natura etica ed esistenziale, non solo sensoriale. Insieme a Giacomo Mojoli, che è stato il Vice-presidente di Slow Food, abbiamo fondato il movimento Slow Design, non perché si andasse più piano ma per sondare la profondità, perché la slowness è comprensione, coscienza critica, rispetto a ciò che ci sta intorno e, a mio parere, per i progettisti è la mission più importante del loro lavoro: non creare stupore o presumere di creare bellezza – che comunque è un fattore molto soggettivo – ma aiutare le persone a capire la complessità del mondo e quindi, forse, capire di più anche sé stesse.

AF: Puoi parlarmi dei tuoi progetti futuri? Quali occasioni lavorative pensi nasceranno per le figure di architetti e designer nel contesto di emergenza legato al virus Covid-19?
GC: In questo momento, anche in seguito lavoro svolto sulla comunicazione del Cenacolo Vinciano, con il MiBACT ci stiamo confrontando su come il virus Covid-19 abbia modificato i concetti di scurezza e prossemica nelle strutture museali, tenendo presente che non si tratta solo di una questione batteriologica ma anche di fattori inquinanti legati alle polveri sottili; stiamo quindi cercando di creare un progetto che permetta di fruire diversamente le opere d’arte e che aumenti la sicurezza – sia per gli oggetti che per le persone – e aiuti l’economia gestionale dei musei.
Un altro progetto su cui sto lavorando è il nuovo museo dell’ADI – Associazione Design Italiano – di cui sono responsabile per gli aspetti legati al Design for All e alla progettazione inclusiva. Sarà il più grande museo di design in Europa e avrà la funzione di avvicinare la gente alla quotidianità, perché gli oggetti di design sono pensati e progettati per un uso quotidiano, con l’accortezza però – per tornare alla consapevolezza – di farne capire la natura, l’origine, le motivazioni, quanto i limiti produttivi o gli aspetti di sostenibilità. L’idea è di dare corpo ad un museo dialogante che sia in grado di raccontare a tutti 60 anni di storia attraverso il Premio del Compasso d’Oro, rivolgendo particolare attenzione ai giovani, abituati ormai ad un consumo molto veloce degli oggetti, per farli invece ragionare sul valore estetico, simbolico, funzionale, ambientale e sensoriale: un vero e proprio esercizio di acquisizione e comprensione della complessità che ci circonda, ma in maniera dolce e positiva.
AF: La sera del 21 aprile 2020 la Ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha reso noti i nomi del comitato straordinario di esperti incaricati dal Ministero per lavorare sugli aspetti legati al “post-covid” per quanto riguarda la scuola. Facendo parte di questi membri puoi raccontarmi la tua visione di “scuola ideale” tenendo conto del contesto di emergenza che stiamo affrontando?

GC: Professionalmente sono cresciuto dentro la dimensione della “scuola” perché l’esperienza per me più significativa sono stati gli otto anni trascorsi in Domus Academy, considerata negli anni ’90 la Scuola di Design più importante al mondo dopo il Bauhaus. Qui ho imparato ad avere un approccio aperto in quanto ho sempre inteso l’attività progettuale come esperienza formativa. Secondo me la “scuola ideale” è quindi una scuola dove si possa esplorare e ricercare, incuriosirsi verso il nuovo: esempio emblematico sono le scuole di Reggio Children con le quali ho instaurato un rapporto di interscambio da più di vent’anni. Infatti nel 1997 il mio ultimo lavoro in Domus Academy è stato il metaprogetto di ambiente per l’infanzia “Bambini, spazi, relazioni” concretizzatosi poi anche in un libro – ad oggi tradotto in molte lingue diverse – diventato un manuale di riferimento. Con Reggio Children abbiamo sempre avuto la comune condivisione dell’idea di scuola come un luogo estremamente aperto, non autoreferenziale e legato ad una definizione preconcetta di sapere, ma uno spazio dove i soggetti hanno la possibilità di dotarsi di strumenti per imparare a gestire autonomamente conoscenza e cultura.

Infatti ritengo che il designer sia una figura in perenne apprendimento e formazione, concetto che cerco di passare ai miei studenti del Politecnico di Milano, comunicando loro la voglia di imparare e di crescere culturalmente durante tutte le fasi della vita. La scuola dovrebbe essere non tanto un luogo definito da un perimetro di mura, bensì un’attitudine da trasmettere a tutti gli individui nel momento in cui frequentano fisicamente un edificio, trasformando un atto individuale in qualcosa di cui ci si deve impossessare, in una necessità personale che nasce nella collettività e diventa una condizione di vita.

Ho insegnato in molte Facoltà di Architettura diverse tra loro – da Torino a Milano, da Roma a Genova – e ho tenuto Master, Corsi e Laboratori in una ventina di paesi diversi del mondo – dalla Cina al Sud America, e tanti altri luoghi fuori dall’Italia – cercando di portare sempre l’idea che la scuola sia una forma di curiosità personale: saper osservare il mondo estraendone le differenze, sviluppando capacità critiche e di analisi della complessità.

La scuola è un luogo tanto importante quanto diverso perché significa considerare categorie differenti: i nidi, le scuole dell’infanzia, le elementari, le medie, il liceo, l’università, le attività di formazione professionale; ciascuna di esse richiede spazi diversi con caratteristiche differenti a seconda della fascia d’età. Uno degli ultimi incarichi su cui ho lavorato è la Flos Light Academy: attività formativa interna mirata a far prendere coscienza della storia dell’azienda ed a ragionare sulle caratteristiche emergenti della luce. Quindi ci sono tante idee di scuola e diversi contesti in cui essa si articola, importante è che mantenga dinamicità e sia vissuta attivamente, mai come un’attività passiva di pura acquisizione.
Agroecologia e Sostenibilità. Youth Talk
Eleonora Evi e l’Agenda 2030
Moda Sostenibile
Spazi espositivi in attesa di essere rigenerati
Human Sign by Yuval Avital
Human Signs di Yuval Avital
Opera partecipativa globale online di danza e voce
In collaborazione con Stefania Ballone, Niccolo’ Granieri, Tychonas Michailidis e Monkeys Video Lab.
12 Maggio 2020 – Youtube Premiere – ore 19.30 su youtube.com/yuvalavital
TEASER: https://www.youtube.com/watch?v=0ML-QE5HbpA
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Grandi protagonisti della scena internazionale di danza contemporanea
e balletto, solisti vocali provenienti da tutto il mondo, tra cui corrieri di antiche tradizioni, pionieri sperimentali, rappresentanti religiosi di ogni fede: tutti uniti in HUMAN SIGNS, un’opera partecipativa su grande scala che, partita da Milano,
collega il mondo intero ai tempi del COVID-19. Presentato online attraverso una serie di capitoli audiovisivi, crea un coro multimediale di eccezionale potenza espressiva interpreta l’estetica virale di un momento storico unico,
trasmettendone speranze, paure, vulnerabilità, spiritualità, rabbia e forza
reattiva.
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Immaginatevi un palcoscenico utopico, in cui si affiancano David Moss, uno dei più grandi solisti della musica classica e contemporanea, Rina Schenfeld,
fondatrice della Batsheva Dance Company, il performer congoleseDorine
Lubumashi, insieme ai solisti della musica barocca Arianna Savall e Petter
Udland Johansen, in dialogo con i primi ballerini del Teatro alla Scala Mick Zeni
e Antonella Albano, accanto alla sound artist taiwanese-cino-americana Audrey Chen. Oltre 90 artisti da tutto il mondo hanno aderito finora alla creazione
partecipativa di Yuval Avital, che insieme ad un team multimediale, inaugurano
una serie settimanale (ogni martedi alle 19.30) di prime assolute di performance oniriche su YouTube, esprimendo una riflessione intima e potente del segno umano.
Questa è l’ultima opera di Yuval Avital, compositore e artista multimediale di Building Gallery, che nei giorni di reclusione forzata ha creato un progetto
incentrato sulle due forme più primordiali dell’espressione umana: il Gesto e la Voce.
Avvertendo l’esigenza di gridare e mettere a nudo le emozioni contrastanti provate durante la quarantena, Avital si è filmato con il suo tablet mentre dava vita a un mantra senza parole lungo 12 minuti.
“La voce umana – spiega l’artista – è un elemento essenziale nella mia arte, nelle composizioni musicali come nelle creazioni visuali, dove però non introduco quasi mai la mia voce. In questo momento tuttavia ho sentito il bisogno di esternare nel modo più diretto, senza filtri, la paura, la vulnerabilità, il desiderio, la speranza e
tutti i sentimenti emersi con violenza in questi giorni”.
In Human Signs, Avital lavora con Stefania Ballone, danzatrice e coreografa del Teatro Alla Scala di Milano, con cui aveva già collaborato in passato. Nell’ambito della sua esperienza, Ballone porta il mondo del balletto e della danza
contemporanea internazionali e di alto livello all’interno del progetto, coordinando i danzatori nell’intero processo, dal momento della selezione fino a opera compiuta.
Agli artisti vocali e danzatori scelti si chiede di entrare in dialogo con il mantra,
esprimendo attraverso l’arte le loro testimonianze oneste e veritiere.
“L’architettura del progetto è abbastanza semplice” – spiega Avital – “il mio filmato diventa un riferimento cui ogni artista coinvolto, sebbene non veda né senta gli
altri, possa relazionarsi, come in musica accade con il Cantus Firmus (una melodia utilizzata nella polifonia rinascimentale come strato fondamentale di riferimento per tutte le altre voci). Simile al COVID-19 il mio canto si diffonde e contamina una
pluralità di individui che a loro volta sono invitati ad includerne altri”.
Per dare vita a questa ambiziosa iniziativa è stato necessario il contributo di un gruppo di esperti e creativi che hanno sposato il progetto: Tychonas Michailidis (Montaggio Suono), Niccolò Granieri (Programmazione Software), entrambi
docenti al Digital Media Technology Lab della Birmingham City University, il team romano Monkeys Video Lab (Montaggio Video) e Franco Covi (live broadcast
editor), insieme ad altri numerosi collaboratori e consulenti che hanno deciso di sposare questo sogno d’arte, mettendo a disposizione tempo e sapienza.
Il risultato artistico è un’opera complessa suddivisa in capitoli che verranno pubblicati settimanalmente (ogni Martedi), ogni settimana introdotti da una diversa figura curatoriale. Sui Canali social inoltre sono previsti talk,
testimonianze e dei sistemi informatici generativi sul sito dedicato che
affiancheranno dialoghi diversi tra gli artisti.
Il primo importante capitolo sarà presentato in Premiere sulla piattaforma Youtube (youtube/yuvalavital.com) martedì 12 maggio alle ore 19:30, con
l’ensemble audiovisivo composto da Stefania Ballone, Audrey Chen, Sofia Kaikov (voce della tradizione Bukhara), Mimoza Koike (Ballerina Giapponese di Les Ballets de Montecarlo), Angel Mafafo (Ballerino Sudafricano), David Moss, Sarah Maria Samaniego (Danzatrice delle Filippine), Rina Schenfeld, Badara Seck (cantante Sufi del Senegal) e Mick Zeni, oltre al canto onnipresente di Yuval Avital.
Il capitolo durerà circa 90 minuti, con un alternarsi di video in ensemble e dialoghi tra coppie di ballerini e di maestri vocali.
Complessivamente il progetto, in costante crescita, vede ad oggi la partecipazione di artisti provenienti da Belgio, Brasile, Bukhara, Camerun, Cina, Congo,
Danimarca, Francia, Germania, Guinea, Iran, Israele, Italia, Giappone, Messico, Montecarlo, Paesi Bassi, Filippine, Polonia, Portorico, Senegal, Slovenia, Sudafrica, Spagna, Svezia, Svizzera, Siria, Ucraina, Regno Unito, Uruguay, USA.
Parole del Team e dei partecipanti:
David Moss (Solista Internazionale e Collaboratore) – È sempre un buon
momento per tenere alto un segno: ognuno ha una voce ed un corpo – per toccare le cose condivise dell’essere umani e ravvivare le frequenze della vita quotidiana. Abbiamo tutti bisogno di segni umani, non solo in questi giorni, ma ogni giorno.
Stefania Ballone (Danzatrice e Coreografa del Teatro alla Scala e Curatrice Danza) – Il bisogno di ritrovare il centro della propria esistenza, il profondo che
abita dentro di noi si tramuta in ascolto delle vibrazioni interiori, dell’energia che si muove e che muove. E nel silenzio assordante, il suono primordiale si fa voce e il movimento si fa gesto. Quando il meccanismo si rompe è l’occasione per capire come funziona.Il Segno Umano è la forma del primo grado, del viscerale, di quella parte più profonda e ancestrale, che si libera per entrare in connessione con
l’universo e la natura.
Yuval Avital – Con metà dell’umanità bloccata, adattandosi in silenzio, distanza e solitudine per sostenere lo sforzo civile, suoniamo e ci muoviamo con paura, preghiera, desideri, vuoto, compassione, desiderio, vulnerabilità , rabbia e dolore: tremando e vibrando come un corpo di segni umani.
TEAM
CURATRICE DANZA STEFANIA BALLONE
PROGRAMMAZIONE SOFTWARE NICCOLO’ GRANIERI
MONTAGGIO SUONO TYCHONAS MICHAILIDIS
MONTAGGIO VIDEO MONKEYS VIDEO LAB
LIVE BROADCASTING EDITOR FRANCO COVI
COORDINATRICE VALENTINA BUZZI
ASSISTENTI
COMUNICAZIONE CEREN YAMAC
PRODUZIONE ELETTRA CICIRELLO
MONTAGGIO VIDEO MIRKO INGRAO
MONTAGGIO AUDIO CATHARINE DANIELIAN – OLIVER HICKEY
CONTATTI
Email: office@yuvalavital.com
Instagram: @ofhumansigns
Facebook: @facebook.com/humansignsproject/
Website: www.Human-Signs.com
Ponte ponente ponte pì, pande pandemia!

Autore: Francesco Saverio Teruzzi
“A pensar male del prossimo si fa peccato ma spesso si indovina” è una famosissima frase di Pio XI più conosciuta e citata, almeno in Italia, nella formula di Giulio Andreotti.
Di certo, è la base fondante di qualsiasi serio complottista!
Se c’era una cosa che da sempre metteva in crisi il complottista era la scarsa visibilità, la facilità con la quale poteva esser messo a tacere, l’impossibilità di far conoscere le sue teorie.
“Sì, però poi è arrivato internet”, vero, ma non sufficiente.
“E i social?”
Eccoci, questo è il punto, il social è l’abbattimento della tradizione orale, il superamento della parola scritta e l’esaltazione della condivisione.
Non è più un componimento francese che parla di mercato, vendita di mele e un ladruncolo, che diventa una conta popolare italiana, è il chiacchiericcio da bar al potere.
Allora per una volta voglio seguirlo, voglio dire e dare la mia verità, perché io, come tanti, la verità ce l’ho, non è un’ipotesi, un’opinione o una, figuriamoci, ricerca. Io non mi perdo nemmeno in voli lessico-pindarici che uniscono un audio del ’90, con un trafiletto del 2002 o un video segretissimo (che stava su YouTube!) del 2015, io so chi è il colpevole della realizzazione e diffusione del Covid-19.
Volete saperlo anche voi?
Rullo di tamburi?
Signore e signori, il colpevole è: l’UOMO.
“L’uomo? Quindi sei per il laboratorio, per i militari, per il è colpa degli U.S.A. no è colpa della Cina, no è colpa del Club Bilderberg, insomma il complotto?”
Ma non lo so.
“Ma come? Hai appena detto in pompa magna che sapevi chi era il colpevole?”
Vero, ma mica ho detto che sapevo cosa fosse successo!
Il problema vero è che in una relazione causa-effetto sembra che la via più semplice sia sempre l’ultima delle possibili possibilità.
Sicuramente ha importanza sapere come si sono svolti i fatti, ma di certo, vuoi che si riescano a scoprire prove inconfutabili che il Covid-19 sia stato prodotto in laboratorio ovvero sia la mutazione di un precedente virus avvenuta in natura, il tutto non può che ascriversi all’uomo.
Perché? Perché se la natura muta e velocemente nell’ultimo periodo, se dobbiamo assistere a stravolgimenti dovuti ai cambiamenti climatici, se gli Organismi Internazionali stan cercando di portarci a raggiungere degli obiettivi sostenibili per il 2030, ebbene c’è sempre e solo un minimo comune denominatore: l’uomo o, se preferite, la razza umana.
“Ma che cosa c’entra la semplicità?”
È semplice: soprattutto negli ultimi anni, gli stravolgimenti dovuti al cambiamento climatico sono alla portata di tutti. Non si è più costretti ad andare nello spazio per misurare il buco dell’ozono (che si sta richiudendo per la serie: si può fare!), ma basta osservare le mutazioni meteo ognuno a casa propria, rispetto un passato non troppo lontano e quindi a memoria d’uomo.
Tsunami, scioglimento dei ghiacciai, terremoti, desertificazione, inondazioni, migrazioni, guerre, tutte conseguenze dei cambiamenti climatici, tutte conseguenze dei medesimi fattori scatenanti e con un responsabile principale, immagino abbiate capito a chi mi riferisco.
Quindi, e per concludere, se l’uomo è in grado di far scomparire isole, sommergere coltivazioni, prosciugare pozzi, far estinguere suoi co-abitanti di questo meraviglioso pianeta, cosa può succedere a una proteina contenuta in un pipistrello che ha visto modificato anche solo di dieci metri il suo habitat e che al mercato mio padre comprò?
