Categoria: ARTICOLI
Maria Francesca Rodi (Chicca) intervista Chicca (Maria Francesca Rodi)
MFR allo specchio _ oihcceps olla RFM

Classe 1986, Maria Francesca Rodi compie studi di arte, moda e design.
Dopo un’ esperienza di vita in Australia, decide di dedicarsi all’ arte con un taglio sempre più ecosostenibile, grazie alla sua sensibilità, ai consigli di Fortunato D’Amico suo curatore artistico e agli insegnamenti del maestro Michelangelo Pistoletto artista visionario.
E’ così che decide di mixare le sue passioni destrutturandole e riassemblandole in nuove forme. La moda diviene strisce colorate di tessuti rigenerati, strappati e annodati, spesso aggrappati a vecchi oggetti di design recuperati nello storico mercatino di famiglia “Tra Noi e Voi”, dove Maria Francesca trascorre gran parte del suo tempo, a caccia di vecchi cimeli da trasformare in nuovi tesori e a coinvolgere la clientela in azioni green collettive, come il riciclo di vecchi sacchetti ad uso della comunità.
La Rodi racchiude i suoi disegni di progetti di squadra, sotto il nome di INSIEMEproject come quello nato con LeSciure nel 2017, da questa collaborazione creativa nasce il Collettivo Artistico: “iL NODO LaChicca&LeSciure” . Sotto la guida della giovane artista, il gruppo si è sempre occupato di progetti di arte etica e sociale, etica perché usa materie di riciclo e sociale perché agisce attraverso il lavoro di gruppo. Da circa un anno a questa parte, la squadra si è allargata grazie all’ arrivo dei ragazzini del progetto ReAct.
Maria Francesca Rodi – Perché il nome “iL NODO” ?
Chicca – Perché il nodo è l’elemento che ci contraddistingue, i nodi sanciscono i rapporti tra le persone e attraverso di essi nascono e crescono i nostri progetti, come le sculture, le installazioni e le performance.
Maria Francesca Rodi – Perché nasce questo progetto?
Chicca – Per creare delle relazioni virtuose tra i partecipanti attraverso la magia dell’ arte e per dare una nuova possibilità a materie dismesse, come vecchi indumenti che vengono tagliati e annodati per una nuova vita e per dare luce a situazioni che necessitano una svolta, come le case delle Sciure in Via Russoli, smantellate dall’ amianto nel 2011 e non ancora ricoibentate, e come il loro orto sociale (uno in attivo sul tetto di Superstudiopiù in Via Tortona e uno in progetto per una prossima auspicata riqualificazione dei loro stabili)
Maria Francesca Rodi – Volete portare dei messaggi attraverso le vostre azioni?
Chicca – Certo, dei messaggi che sono anche le basi delle nostre azioni, come appunto l’etica, il lavoro di squadra e la speranza. Sono concetti su cui lavorano anche il maestro Michelangelo Pistoletto con il Terzo Paradiso, l’ ONU con l’Agenda 2030, e ora forse anche il resto dell’ umanità con la risvegliata coscienza causa covid-19.
Maria Francesca Rodi – Un’ idea di arte etica/sociale al tempo del coronavirus?
Chicca – Fortunatamente la tecnologia ci viene in aiuto in questo, permettendoci di mantenere delle relazioni a distanza ricche di interazioni. Il 98% delle Sciure usa WhatsApp giornalmente, questo ci permette di studiare dei programmi ad hoc.
La Chicca e Fortunato D’Amico, il curatore che ha invitato il Collettivo Artistico a partecipare ad eventi collettivi come mostre e performance, hanno preparato un progetto tra stelle e nodi per questo momento “speciale”.
Maria Francesca Rodi – C’è un’opera che più vi rappresenta in questo momento?
Chicca – Oltre all’ opera “IL NODO” divenuta anche il nostro logo, in questo momento sentiamo particolarmente vicina “LA BANDIERA DELLA SPERANZA” una grande installazione di tre metri per otto (andata in onda su Rai Uno lo scorso 8 marzo) è al momento la più grande opera realizzata dal collettivo. Dalle sfumature di nero, viola, grigio, blu, che possono essere lette come gli aspetti negativi della vita ossia i problemi, si passa a colori più vividi come il verde, l’azzurro, il rosso, il rosa, l’arancione, il giallo, fino ad accendersi nel bianco che rappresenta la luce, la parte positiva, le nuove possibilità.

Weak Links

Articolo di Francesco Saverio Teruzzi
Luca Lagash, Carlo Ratti e Will Smith. Artista e musicista il primo, affermato architetto il secondo e tra gli attori più conosciuti al mondo il terzo. Cosa hanno in comune tra loro? Questo articolo. Luca Lagash l’ho conosciuto telefonicamente, anni fa, quando con il Collettivo OP sembravano crearsi le condizioni per un’operAzione Terzo Paradiso se non ricordo male nelle Marche. Non se ne fece nulla, ma rimanemmo in contatto e, lo scorso anno, Luca accettò di partecipare a una mia idea, la Lectio Marginalis, al Macro Asilo di Roma, a “margine” del concerto dei Marlene Kuntz, di cui è il bassista, che si sarebbe svolto il giorno dopo a Roma. Circa un’ora e trenta (potete vederla qui) di conversazione, tra arte, musica, schemi ed idee, in una collaborazione che successivamente abbiamo rinnovato con un articolo di Luca per Pandemopraxia | L’Arte dell’equilibrio, contenitore di proposte e azioni per il post Coronavirus, pubblicato sul Journal di Cittadellarte (per l’articolo cliccare qui). Partendo dall’attuale lavoro che il Collettivo OP sta realizzando, Uno di Un Milione, Luca introduce il tema della ramificazione delle azioni isolate come agente scatenante di relazioni, esperienze, costruzioni di nuovi saperi e collezione di antichi e recenti saperi. La pandemia? Un doppio vero problema, come malattia certo, ma anche come elemento deleterio: alle relazioni sociali, alle mappe esperienziali concrete, ai nuovi orizzonti creativi. Luca, con il suo articolo, mi introduce ai weak links, ai collegamenti deboli, e di fatto mi presenta Carlo Ratti. Carlo Ratti, architetto e ingegnere, insegna al mitico MIT, Massachusetts Institute of Technology, di Boston ed è ritenuto una delle 50 persone in grado di cambiare il mondo. Carlo Ratti ha recentemente affermato che se ora tutto il mondo è in stand-by, è dalle Università che bisogna ripartire e le stesse devono accogliere la richiesta di rinnovamento, in prima persona. Con il richiamare alla necessità di sostituire le aule con i laboratori Carlo Ratti introduce il tema dei weak links, scambi e interazioni tra studenti e tra studenti e docenti che provenendo dalla casualità dei nostri incontri divengono importantissimi nel creare imprevisti, innovazione, creatività. In un’ottica di smart cities questo mi ha riportato alla mente una scena di un film del 2004, Io, Robot, di Alex Proyas con interprete principale Will Smith. Avveniristico e fantascientifico, ambientato in una vera e propria super smart city del futuro, racconta del tentativo, non spoilero, di avvicinare sempre più il robot, la macchina, all’uomo. In uno dei passaggi, Will Smith ritrova dei vecchi modelli di robot in un container e, questa la deduzione filosofica, non sono sparsi per lo stesso, ma tutti raggruppati in un angolo, quindi portatori e conoscitori di concetti alla base dell’umanità: la paura e la necessità di comunità. Weak links, paura e comunità. Cosa ci sta succedendo? Possiamo non riconoscerci più in quello che eravamo? Oppure, possibile che non sapevamo cosa eravamo? Nel momento stesso in cui ci hanno tolto la prossimità, gli anelli deboli si sono spezzati e così il nostro senso civico e della morale, c’è stato un inasprimento dei giudizi, delle sentenze, delle condanne da web e il momento della caduta sembra più prossimo a una ricaduta che a una riscossa. Cito Carlo Ratti che cita l’ex sindaco di Chicago, Emanuel Rahm: «non lasciare mai che una crisi vada sprecata». Delle due l’una: o approfittiamo della nuova flessibilità e della riscoperta di avere un proprio tempo per riorganizzare e rinnovare la società, oppure… no, dai cazzo un oppure no! I weak links, i collegamenti deboli, diventano così fondamentali, necessari, così come fondamentale e necessario ne è il loro rispetto. Perché, in assoluto, il collegamento debole, sporadico ma di prossimità, è il contatto con l’altro. L’ALTRO generico, non definito, diverso, differente, l’altro che per l’altro sei tu. Non deve essere, quindi, la paura a renderci succubi e assertivi, ma il rispetto, il senso di responsabilità, il capire che l’applicazione di alcune regole non è per paura, ma per tornare prima a una, speriamo però nuova, normalità. Economicamente non è il problema di pochi o tanti, è il problema di tutti, e se io voglio che si possa poter tornare a parlare di crescita economica, distribuzione delle risorse e, per dire, viaggi e vacanze, lo si potrà fare soprattutto attraverso strumenti (mascherine, igienizzanti, distanziamenti, ecc.) simbolo di una regolamentazione che ci permetterà di tornare a lavorare tutti, tutti e non solo io… o tu. Rispetto, responsabilità e comunità, queste le parole chiave del durante Pandemia. Innovazione, rispetto, responsabilità e comunità, queste le parole chiave del post Pandemia.
Covid 19. Silvio Garattini intervistato da Fortunato D’Amico
Silvio Garattini, Presidente dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”, risponde alle domande di Fortunato D’Amico in merito alle emergenze determinate dal Covid 19 e alla riorganizzazione del Sistema Sanitario, in relazione anche ai prossimi eventi epidemici provocati dalla globalizzazione
Dal conflitto al dialogo generativo. Silvia Vercelli
Come anticipato nel precedente articolo “Educare alla leadership collettiva”, dedico un contributo specifico al tema della trasformazione del conflitto in uno scambio generativo, traendo ispirazione dal simbolo del Terzo Paradiso.
L’esempio che segue fa riferimento aduna sessione di coaching di gruppo* erogata in modalità virtuale ad un gruppo internazionale di giovani team leader, all’interno di un programma di sviluppo delle competenze di leadership. Per facilitare la comprensionee la fruibilità, introduco brevemente gli elementi chiave di riflessione, per poi passare ad un paio di esempi pratici.
Immaginiamo un mondo … dove questi princìpi vengano applicati nella realtà quotidiana di ciascuno e tutti abbiamo acquisito le competenze per vedere nella diversità dell’altro una risorsa, unica, a cui attingere.
(*) Per coaching di gruppo si intende un percorso di sviluppo delle competenze su un tema specifico, rivolto adun gruppo di persone di pari livello nell’organizzazione, che, guidati con un approccio maieutico, fanno emergere il proprio potenziale individuale grazie alla rete di relazioni che si viene a creare.
Educare alla leadership collettiva

Autore: Silvia Vercelli
“4.4 Entro il 2030, aumentare sostanzialmente il numero di giovani e adulti che abbiano le competenze necessarie, incluse le competenze tecniche e professionali, per l’occupazione, per lavori dignitosi e per la capacità imprenditoriale”
La prima volta che lessi questo target relativo all’obiettivo n.4 dell’agenda 2030, mi trovavo nel mezzo di un dilemma etico: da un lato la mia collaborazione continua con aziende multinazionali orientate prevalentemente al profitto e allo sviluppo del capitale economico, dall’altro i miei valori, più vicini invece ad un’altra forma di capitale, quello umano.
Da un lato la mia preparazione ingegneristica che ben si integrava con il contesto lavorativo di cui sopra, dall’altro le mie competenze complementari di coaching che mi facevano chiaramente vedere l’assenza delle condizioni ideali per la realizzazione del potenziale di ogni persona. E nel mezzo di questa profonda disconnessione il mio ruolo, a interfacciarsi con tutti gli attori coinvolti nel dilemma. Curiosa coincidenza, non vi pare?
Oggi, a distanza di quasi cinque anni, sento di aver compiuto un passo importante nella direzione indicata dal target di cui sopra.
Come?
Grazie all’opportunità di erogare un programma di coaching di gruppo, destinato a più figure dell’organigramma aziendale, incentrato sulla leadership e sull’approccio maieutico come competenza fondamentale nello stile manageriale, avente l’obiettivo ultimo di creare uno spazio di co-creazione e apprendimento reciproco, dove tutti i componenti del sistema possano esprimere il proprio potenziale individuale e collaborare in maniera efficace all’innovazione e alla realizzazione collettiva del futuro.
Opportunità che io stessa, nel tempo, ho contribuito a creare, attuando in primis un cambiamento nel senso della “resilienza trasformativa”. Passaggio chiave che ci propone Enrico Giovannini, nei suoi interventi sull’Agenda 2030, per poter rimbalzare in avanti, anziché avere fretta di tornare indietro ad una “normalità” che non era basata su un modello equilibrato e sostenibile.
“Pensare globalmente, Agire localmente”: l’immagine delle dinamiche ideali per il funzionamento e la sostenibilità del sistema aziendale, nel suo complesso e a livello globale, mi era ben chiara, ma i miei tentativi di intraprendere azioni a livello locale in tale direzione incontravano muri di incomprensione.
Alla continua ricerca di una risposta al mio conflitto interiore e alla domanda su quale percorso di trasformazione avrei dovuto avviare, mi è venuto così in aiuto Tsunesaburō Makiguchi, grande educatore e filosofo giapponese, con la sua teoria del valore, sintetizzabile nella formula “guadagno, bene e bellezza”; un individuo può creare valore solo nel momento in cui intraprende azioni che vanno a soddisfare tutti e tre questi criteri insieme: ricercando un beneficio rispetto ai propri valori individuali, contribuendo al benessere collettivo e ottenendo un appagamento a livello personale.
Solo reagendo “in relazione” ad una situazione che ci ostacola si possono creare le condizioni per una trasformazione dell’ambiente e per creare valore per chi ci circonda. Se ci si limita a vederla come un “oggetto” esterno a noi, il risultato è l’immobilità.
Eureka ! La mia posizione si è finalmente spostata dal giudizio verso chi considera unicamente il capitale economico all’osservazione più profonda del mio capitale umano, dove ho potuto scovare quelle competenze e talenti da mettere in campo per contribuire in modo costruttivo all’intero sistema aziendale e individuare di conseguenza le azioni da intraprendere in tale direzione: dall’entrare a far parte di una rete esterna di coach professionisti da cui poter attingere prospettive e strumenti nuovi attraverso un confronto costruttivo, all’approfondire la correlazione tra stili di leadership, clima aziendale e risultati finanziari, da cui sono fortunatamente emersi dati rassicuranti sul ritorno sull’investimento nel lungo termine e, infine, all’individuare il terreno più fertile in cui avviare la semina di una modalità di apprendimento efficace e rivolta a più livelli e a più funzioni organizzative.
Otto Scharmer, nella sua teoria U, ci guida, a questo proposito, ad aprire gli occhi sul fatto che la maggior parte delle attuali metodologie di apprendimento nelle organizzazioni dipendono dall’imparare dal passato, mentre le reali sfide di leadership di oggi richiedono l’esatto opposto, ovvero di lasciar andare il passato al fine di collegarsi alle possibilità del futuro che emerge. Passando così da un ego-sistema a un eco – sistema, dall’IO al NOI.

Fonte: Teoria U – I Fondamentali – Principi e Applicazioni. C.Otto Scharmer, Ed. Guerininext
Anche qui si parla di trasformare noi stessi per primi in un veicolo per il futuro, connettendosi alla propria sorgente più profonda di creatività e abbandonando schemi di pensiero e comportamenti che non funzionano più nel sistema attuale.
All’interno del programma di coaching sulla leadership così definito, si integra perfettamente il simbolo del “Terzo Paradiso”, come immagine a supporto delle attività di creazione collettiva e della trasformazione del conflitto in dialogo generativo. Su questo tema specifico condividerò un esempio di applicazione pratica nel mio prossimo contributo.
I network inter – funzionali che si vanno a costituire rappresentano nel tempo una preziosa risorsa per l’azienda nel contribuire con continuità a creare una cultura aziendale orientata all’innovazione e alla responsabilità collettiva nell’influenzare positivamente le decisioni aziendali, anche laddove non se ne ha il pieno controllo. Ciò si riflette di conseguenza anche sull’ambiente circostante e, in ultimo, sulla responsabilità sociale.
Il periodo di lockdown ha aperto in questo senso un’ulteriore possibilità, quella di dimostrare che un format di erogazione interamente adattato all’interazione virtuale funziona a tutti gli effetti e può consolidare la continuità del programma in un’ottica di sviluppo sostenibile e aprendo l’espansione dei confini delle stesse reti di leader verso un ambito di respiro internazionale.
Per chiudere, propongo una riflessione sull’importanza della trasformazione interiore e della creazione di unità, come princìpi presenti non solo nell’ambito di quanto condiviso in questo articolo, ma che ritornano costantemente in tutte le attuali teorie che parlano di creazione di un futuro migliore per la nostra generazione e per quelle future.
«Il futuro è molto aperto, e dipende da noi, da noi tutti. Dipende da ciò che voi e io e molti altri uomini FANNO E FARANNO, oggi, domani e dopodomani. E quello che noi facciamo e faremo dipende a sua volta dal nostro PENSIERO e dai nostri DESIDERI, dalle nostre SPERANZE e dai nostri TIMORI. Dipende da come VEDIAMO IL MONDO e da come valutiamo LE POSSIBILITÀ DEL FUTURO che sono aperte». (Karl Popper)
Fratellì

Autore: Saverio Teruzzi
La scorsa settimana due notizie giunte alla ribalta dei social mi hanno colpito. La prima riguardava l’appostamento con conseguente arresto di un sedicente rapper romano divenuto famoso su web e whatsapp non per le sue doti canore, che non conosco, ma per le sue imprese alla guida della macchina dove, a mezzo diretta social, “insegnava” un certo tipo di guida ai suoi followers. Nel video che lo ha reso famoso a un certo punto prendeva un muro e al grido di “ho preso il muro fratellì, ho preso il muro. Se hai salvato il video hai fatto i soldi fratellì, hai fatto i soldi fratelli”, ha iniziato a invadere pc, laptop e, ovviamente, smartphone di chiunque, con tanto di meme e prese per i fondelli varie. La sua sfortuna è stata che il clamore generato, oltre ad aver scatenato haters di tutti i tipi, ha smosso la curiosità delle forze dell’ordine, che hanno semplicemente tracciato gli spostamenti ripetuti di “Fratellì” dalle sue dirette per aspettarlo e arrestarlo agevolmente. Sempre dai video i capi d’accusa. La seconda riguardava Francesco, ragazzo di Pordenone che per passione del calcio si sposta a vivere dalla nonna a Monfalcone, cambiando anche scuola e incontrando una professoressa che riesce a stimolare lui, come i compagni di classe, nella passione per la matematica. Così Francesco si applica, applica le sue innate doti e a sedici anni inventa una nuova formula per il calcolo dell’area di un segmento parabolico (ammetto di avere difficoltà anche a capire cosa ho appena scritto) per “velocizzare” la formula algebrica in utilizzo che si rifaceva al Teorema di Archimede. Ah, tra l’altro Francesco, che di cognome fa Bulli, suona il violino… così per dire. Due notizie, direi abbastanza opposte, che hanno circolato sul web con alterne vicende. La prima desta ancora scalpore e nel frattempo anche il padre si è prodigato in difesa del figlio. La seconda la devi cercare con Google, Ecosia o il vostro motore preferito. C’è da scandalizzarsi? E perché? Serve questo o altro esempio per indicare il momento in cui viviamo? Io stesso mi sto chiedendo se sia il caso di continuare a scrivere un articolo se poi non la media, ma la stragrande maggioranza di chi frequenta internet non ha la pazienza di terminare di leggere un post? Spesso mi capita di argomentare con gli amici sulla necessità di alzare il livello medio della cultura generale. Il problema però è capire il come, perché 10 Francesco hanno sicuro un potere di miglioramento, ma a livello sociale, parlando di società, non modificano i valori normali. “Ma è sempre stato così!” Sì, è vero, ma non lo sapevamo. Non avevamo i mezzi tecnici per comprendere tante cose, eravamo manipolati, ma non avevamo modo di arrivare alle manopole. Oggi potremmo. Potremmo, ma con quali mezzi? Basta attivarsi? No, è necessario attivarsi, ma essere anche coscienti sul che cosa, come e perché attivarsi. In Italia abbiamo avuto un passaggio da prima a seconda Repubblica praticamente indolore, probabilmente incolore, sicuramente fittizio. Tra gli anni novanta e il primo decennio del secolo attuale abbiamo assistito al crollo dei vecchi politici, a un iniziale peggioramento della classe dirigente, all’entrata dell’euro a completo discapito delle classi sociali più basse e al disfacimento di alcuni valori già per noi precari. Nell’ultimo decennio abbiamo visto il sorpasso della propaganda social sulla politica tout court con il raggiungimento di vette auliche con il drink o l’arancino in mano, l’esaltazione della news anche se evidentemente fake e l’imporsi di valori sempre più fast e sempre più consumistici che hanno decretato definitivamente la morte non solo del comunismo, ma anche del capitalismo come lo conoscevamo. Di certo è successa una cosa che la pandemia del Coronavirus non ha fatto altro che rendere pubblica: a distanza di 30 anni si è completato il processo di sostituzione e nell’amministrazione pubbliche, centrale e/o locale, il livello medio di preparazione è crollato, non è morto il clientelismo e le nuove generazioni sono meno appassionate al concetto di cosa pubblica. Per questo eravamo impreparati, anche se un piano anti-pandemia c’era, solo che non lo sapevano; per questo non c’era alternativa al lockdown, tutti bravi a parlare dopo; per questo c’è ancora chi dice che non è successo poi un granché, perché è capitato in Lombardia, se il focolaio di Covid-19 si fosse scatenato nel Lazio molto probabilmente avremmo assistito a una strage. “Quindi i mali dell’Italia sono da ricercare negli impiegati pubblici?” No, nell’evasione fiscale, nella concussione/corruzione e nella criminalità organizzata. Il resto è figlio di questi fattori, ma forse è più facile metterci mano.
L’abitare sospeso
Quanto è sostenibile la “Politica Sostenibile?”

Autore: Pietro Carlomagno
In molti, la prima reazione quando sentono parlare di Agenda 2030, è quella di sgranare gli occhi e osservare l’interlocutore con la sufficienza che si riserva agli stolti e agli ingenui.
Perché diciamoci la verità, gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu, appaiono ai più come un mero libro dei sogni, altro che becero populismo. No, dico, avete mai letto sti obiettivi? Tanto per dire, se ce la fate ad arrivare fino in fondo, sarebbero questi: “Porre fine ad ogni forma di povertà e fame nel mondo; Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età; Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti; Raggiungere l’uguaglianza di genere; Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua; Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni; Incentivare una crescita economica, duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti; Costruire una infrastruttura resiliente e promuovere l’innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile; Ridurre le disuguaglianze all’interno e fra le Nazioni; Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili; Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo; Adottare misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici e le sue conseguenze; Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile; Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre; Promuovere società pacifiche e più inclusive per uno sviluppo sostenibili; Rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile.”
…. Ma dai. Di che stiamo parlando?
E’ naturale avere una reazione quantomeno sarcastica. Concetti troppo semplici, elementari e ovvi, che non possono essere recepiti da alcuna complessa e sviluppata coscienza personale, o insegnati ad alcun figlio, o masticati in alcuna famiglia, figurarsi considerarli come manifesto di una programmazione politica planetaria.
… Siamo seri, dai!
Banalizzare e semplificare il complesso mondo in questi termini è un insulto a tutti gli sforzi che gli uomini nel corso dei secoli hanno fatto per complicare la vita al prossimo, per arrivare al degrado sociale e culturale che dopo secoli di nichilismo e pensiero debole si è riusciti a realizzare. Quel decadimento che ha richiesto un processo di graduale deterioramento, tanto più lungo quanto più onorevole è stata la storia e la grandezza degli imperi distrutti, quella decadenza sociale che è stata l’arma di ogni dittatura e degenerato potere, costruiti con sacrificio da affamati e disoccupati, unico vero materiale con cui si possono edificare.
Tutti quei sermoni fatti ai giovani pur di non offrirgli più gli esempi, per usucapire ogni diritto tanto da non farne percepire neanche più la perdita, l’assenza e l’arbitrio prepotente di chi li calpesta, perdendo ogni onore con l’indifferenza di chi non ha curato la propria casa.
Il cambiamento del mondo, ora più che mai, è una “minaccia” senza alcuna forza, perché nessuno è esente da colpa, neanche chi oggi arrogando a se la sensibilità e l’adeguatezza si scandalizza di Sodoma e Gomorra, perché se avesse adempiuto a tale responsabilità sarebbe stato il guardiano che è mancato e la guida che non ha indicato.
Nessuno oggi, tanto il genio con i suoi limiti che lo stupido dalle infinite risorse, è disposto a prendersi il pesante fardello della propria responsabilità e riconoscersi nel suo quotidiano e nel suo pensiero, avendo il comodo pretesto del governo ladro e della delegittimata politica, quella che pur votata dal popolo, alla fine e non si sa perché, non è espressione del popolo, così come il popolo non è mai espressione del singolo e noi non saremo mai espressione di noi stessi, figurarsi se vorremo trovare noi stessi nei nostri figli e nipoti.
Parlare ad un mondo decadente ed irragionevole, per attrarre l’attenzione e far emergere l’ipocrisia, i concetti vanno urlati con cinismo e contraddizione, smontando ogni alibi e disinteresse, svestendosi di confusi ideologismi per superare le diffidenze che rifiutano di cercare nuovi strumenti al servizio di una nuova visione.
La verità, probabilmente, sta anche nel fatto che parlare di sostenibilità, significa parlare anche di equità, concetto che per essere accettato da chi ha in mano la metà abbondante deve comprendere che non è una minaccia al suo privilegio, ma una garanzia per un futuro possibile.
La verità, probabilmente, sta anche nel fatto che parlare di sostenibilità significa non chiedere più diritti indiscutibili senza adempiere agli obblighi civici e culturali di cittadino, di padre, di madre e di figlio, rispondendo ognuno con responsabilità e dignità al proprio ruolo, riconoscendo la legittima guida a chi propone soluzioni giuste prima ancora che comode e di facile consenso.
La verità, probabilmente, sta anche nel fatto che parlare di sostenibilità, non è vero che fa comodo a tutti e che tutti la ricercano, perché non tutti, nonostante sia semplice, ovvia e banale, la comprendono, perché come spesso accade, il maestro appare solo quando l’allievo è pronto, e l’esempio spesso non c’è perché ci rifiutiamo di vederlo.
“Sostenere la Sostenibilità”, spesso, significa anche mettersi in discussione.
Giulio Ceppi: “Design come relazione”
Intervista a cura di Angela Faravelli

Foto di Giovanni Gastel
Non si può fare a meno di riflettere sul particolare momento storico che tutti stiamo vivendo e attraversando, caratterizzato da un cambiamento radicale riguardo la gestione del tempo e dello spazio; così le persone, dovendo rimanere nel perimetro casalingo e avendo a disposizione un tempo indefinito, si trovano a dover ristabilire un nuovo modo di vivere, scandito e contraddistinto da nuove abitudini.
In questo contesto è fondamentale tanto la possibilità di esprimersi quanto quella di conoscere le opinioni ed i pensieri di chi, per “deformazione professionale”, è abituato a figurarsi realtà in divenire, come nel caso dei progettisti.
In questa intervista Giulio Ceppi (1965), architetto e designer che vive e lavora a Milano e sul Lago di Como, occupandosi di progettazione sensoriale e design dei materiali, di sviluppo di nuove tecnologie e di strategie di identità, apre un dialogo intorno ad un futuro da visionare e disegnare insieme in seguito alla chiamata da parte della Ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina per far parte del comitato di esperti incaricati di progettare una nuova scuola che dovrà nascere dall’emergenza.
Angela Faravelli: Compito dell’architetto è saper tradurre in spazi vivibili ed esperienze reali le esigenze di cui la collettività non ha ancora pienamente preso coscienza. L’emergenza mondiale legata al virus Covid-19 che ha investito la nostra società come sta cambiando il tuo approccio al progetto?
Giulio Ceppi: L’architettura è una “scienza inesatta”, nel senso che è un’attività basata fondamentalmente sulle persone, sui loro comportamenti, sui loro bisogni, sui loro desideri e, nel momento in cui un evento come il virus Covid-19 modifica il contesto, anche i paradigmi dell’architettura cambiano, perché stanno mutando le distanze tra le persone, il valore della prossemica e il modo di relazionarsi con gli altri. Non bisogna dimenticare che il progetto è un’attività di relazione: non si può progettare da soli, ma sempre attraverso una negoziazione con altre persone, tramite riscontri e interazioni. Lavorando maggiormente in remoto si modificherà inevitabilmente qualsiasi tipo di progetto e le conseguenze saranno sicuramente di due tipi: una riguarderà gli obbiettivi ed i contenuti dell’architettura e l’altra le modalità ed i processi con cui l’architettura stessa opera nel reale. La missione, per noi progettisti, sarà sempre più saper essere dei traduttori, delle interfacce, tra ciò che è ancora “in potenza” e ciò che potrà poi divenire una pratica quotidiana. La grande sfida – e l’elemento che a mio parere determinerà la differenza – sarà la capacità di saperlo fare in maniera gentile e rassicurante, avendo sensibilità, modestia ed empatia, cosicché chi adotterà queste nuove soluzioni possa sentirsi coinvolto.

AF: Nei tuoi progetti poni grande attenzione alla possibilità di rendere sempre più stratificata e complessa la percezione e fruizione dell’oggetto/edificio inserendovi aspetti e sfaccettature multisensoriali. Questa scelta rivela la tua costante attenzione dedicata alla ricerca di modelli universali e inclusivi. Puoi spiegare meglio i concetti di Design for All e Design for the Common Good? Da quando hai iniziato ad occuparti di queste tematiche? In quali progetti hai concretamente tradotto i punti teorici di queste discipline?
GC: Il mio avvicinamento al tema del Design for All e della progettazione inclusiva è maturato durante i 10 anni di collaborazione con Autogrill, azienda che opera nel settore dei servizi di ristorazione per chi viaggia, in cui ho avuto modo di rendermi conto e imparare che l’attenzione specifica ai bisogni e alle esigenze di individui appartenenti a categorie particolari modifica inevitabilmente il progetto, portando però una miglioria al complesso. Nel caso specifico del progetto dell’Autogrill Villoresi Est – collocato sull’autostrada Milano-Varese – mi sono trovato a dover operare in un contesto in cui l’architettura in quanto oggetto andava in secondo piano, basando principalmente le mie scelte sul fatto che si trattava sostanzialmente di un luogo di relazioni, dove la gente vive lo spazio per un tempo limitato ma caratterizzato da esperienze e bisogni tra loro molto diversificati: c’è chi viaggia per lavoro come un camionista, chi si sposta con dei bambini o degli animali, oppure chi arriva in motocicletta; si tratta di persone che hanno esigenze tanto diverse quanto le ha un disabile, un anziano o una persona che non parla la nostra lingua. Quindi questo progetto è stato un’esperienza sul campo, che mi ha permesso di definire e sviluppare una serie di attenzioni e di servizi basati su una logica inclusiva, capace di soddisfare esigenze differenti e particolari. Ad esempio il modo in cui è stato pensato che una persona disabile potesse fare la coda o portare un vassoio durante una fase di free flow ha modificato il modo in cui tutti fanno lo scontrino o acquistano un prodotto. Analogamente nel market si è pensato di inserire dei contenitori delle merci molto bassi per permettere sia ad un bambino che ad un disabile di prendere i prodotti a qualsiasi altezza e ciò ha cambiato interamente il paesaggio del market e l’ha reso per tutti più godibile. Dunque l’aspetto più interessante del Design for All è come le esigenze specifiche di alcune persone che sembrano delle minoranze – e magari quantitativamente lo sono – in verità rendono un edificio migliore per tutti, evitando le ghettizzazioni. L’attenzione dedicata alla protezione di categorie fragili, soprattutto il questo periodo in cui il virus Covid-19 ha colpito la popolazione in maniera indistinta, sono convinto ci permetterà di crescere, sviluppare e implementare questi micro-aspetti progettuali.

inclusivo e smart
Il Design for the Common Good rappresenta un passaggio in più in cui l’attenzione è posta a favore del “Terzo settore”, legato a scopi sociali, mirando a progettare luoghi di grande qualità di relazioni ma anche di spazi dentro cui le relazioni avvengono; è importante trasmettere questo messaggio alle aziende, a chi si occupa del Corporate Social Responsability, perché l’attenzione verso terzi e la capacità di aiutare chi ne ha bisogno devono diventare pratiche diffuse nel quotidiano ed equamente distribuite nella società. Personalmente ho maturato questi aspetti nelle numerose collaborazioni con Dynamo Camp, realtà americana fondata da Paul Newman di diffusione mondiale che si occupa di far vivere a bambini con malattie terminali o con situazioni di vita molto difficili una settimana adrenalinica; l’Italia rappresenta un’eccellenza con la sede situata nel Parco dell’Abetone. In questo contesto ho avuto modo di constatare come il settore del volontariato fosse anche portatore di qualità estetiche, ambientali e architettoniche, consentendomi di guardare al progetto come ad un’attività molto orizzontale, al fine di creare delle strade – non dei sentieri elitari – percorribili ed accessibili a tutti, in cui la qualità arriva a toccare tante persone in maniera democratica e comunitaria; non mi è mai interessato il design come un esercizio solipsistico o puramente estetico, perché non credo che sarà la bellezza a salvare il mondo, ma l’etica dei valori, in quanto la bellezza da sola non può essere un valore fondante.
AF: Come pensi che l’architettura e il design possano aiutare a superare questa crisi mondiale? Come possono agevolare l’avvento di nuove modalità per vivere il tempo e lo spazio che in questo periodo hanno subito da una parte una forte dilatazione e dall’altra una pesante restrizione?
GC: Penso che l’architettura e il design debbano fare una profonda riflessione sul proprio statuto esistenziale e sugli obiettivi veri della disciplina e della professionalità del progettista, perché in questi anni ci si è occupati molto del superfluo e dei fattori puramente estetici a discapito dei contenuti, dei valori concreti delle cose e della loro autenticità. Una catastrofe come quella del virus Covid-19 mi auguro serva a far tornare autocoscienza, responsabilità e attenzione verso la qualità, togliendo la spettacolarizzazione che rende i progetti troppo autoreferenziali, narcisistici e autotelici, riportandoli invece al servizio della comunità, all’insegna di un vero e proprio richiamo alla deontologia e alla serietà dei progettisti, che dovranno dar prova di saper lavorare forse con meno ma “mettendo” di più.

Durante questi anni ho curato per Material ConneXion Italia alcune rassegne sulla Smart City, ovvero sull’impatto delle tecnologie e dei nuovi materiali nelle nostre città; sono certo che quello che sta accadendo in questo periodo modificherà in maniera drastica il futuro delle megalopoli, perché la densità e la promiscuità diventeranno un problema sempre più grande. Design e tecnologie dovranno operare per rassicurare le persone e stabilire dei nuovi comportamenti, diversi da quelli che abbiamo vissuto in precedenza, che non possono essere surrogati, ma dovranno creare nuove dimensioni antropologiche. Si dovrà lavorare sull’ibridazione tra digitale e analogico, tempo reale e differito, al fine di trovare delle dimensioni che permettano di incontrare gli altri pur mantenendo delle distanze; cambieranno tutti i servizi Pay to Rent e Sharing, ci saranno nuove regole dettate dalla necessità di incrementare l’igiene, focalizzando la ricerca sull’implementazione di materiali e processi legati alla sanificazione delle superfici.
AF: L’architettura e il design sono strumenti messi a disposizione della collettività affinché, attraverso il loro utilizzo, si possa procedere in direzione di un miglioramento della propria esistenza tramite la percezione e la consapevolezza. Pensi che il progetto possa educare l’anima e il comportamento delle persone?
GC: Certamente! Assolutamente sì. Dal mio punto di vista i progetti sono validi se maieutici, cioè se capaci di trasmettere alle persone valori e se sono in grado di suggerire in maniera partecipativa, aperta e positiva nuovi comportamenti. Uno dei miei maestri è stato Achille Castiglioni, il quale sosteneva che qualsiasi operazione progettuale non era relativa all’oggetto in sé ma al comportamento che questo avrebbe suggerito a terzi. Quindi è fondamentale pensare in una maniera human based, ponendo l’uomo al centro e cercando di dare alle persone non solo la sicurezza, ma soprattutto la consapevolezza attraverso la percezione sensoriale, estetica e funzionale. La mia attività di docenza al Politecnico di Milano mi ha permesso di compiere molta ricerca in questa direzione: anni fa infatti avevo diretto un laboratorio titolato Awarness Design, per aiutare concretamente le persone ad essere più consapevoli sui prodotti che ci circondano. Inoltre, quando devo citare un esempio che esalti l’aspetto legato alla consapevolezza mi viene sempre in mente l’attività che svolge Slow Food – associazione fondata da Carlo Petrini – che, attraverso il concetto di filiera, tracciabilità e biodiversità, ha contribuito ad innescare consapevolezza relativa al cibo, facendo capire cosa si sta mangiando e perché selezionando quel cibo si fa una scelta di natura etica ed esistenziale, non solo sensoriale. Insieme a Giacomo Mojoli, che è stato il Vice-presidente di Slow Food, abbiamo fondato il movimento Slow Design, non perché si andasse più piano ma per sondare la profondità, perché la slowness è comprensione, coscienza critica, rispetto a ciò che ci sta intorno e, a mio parere, per i progettisti è la mission più importante del loro lavoro: non creare stupore o presumere di creare bellezza – che comunque è un fattore molto soggettivo – ma aiutare le persone a capire la complessità del mondo e quindi, forse, capire di più anche sé stesse.

AF: Puoi parlarmi dei tuoi progetti futuri? Quali occasioni lavorative pensi nasceranno per le figure di architetti e designer nel contesto di emergenza legato al virus Covid-19?
GC: In questo momento, anche in seguito lavoro svolto sulla comunicazione del Cenacolo Vinciano, con il MiBACT ci stiamo confrontando su come il virus Covid-19 abbia modificato i concetti di scurezza e prossemica nelle strutture museali, tenendo presente che non si tratta solo di una questione batteriologica ma anche di fattori inquinanti legati alle polveri sottili; stiamo quindi cercando di creare un progetto che permetta di fruire diversamente le opere d’arte e che aumenti la sicurezza – sia per gli oggetti che per le persone – e aiuti l’economia gestionale dei musei.
Un altro progetto su cui sto lavorando è il nuovo museo dell’ADI – Associazione Design Italiano – di cui sono responsabile per gli aspetti legati al Design for All e alla progettazione inclusiva. Sarà il più grande museo di design in Europa e avrà la funzione di avvicinare la gente alla quotidianità, perché gli oggetti di design sono pensati e progettati per un uso quotidiano, con l’accortezza però – per tornare alla consapevolezza – di farne capire la natura, l’origine, le motivazioni, quanto i limiti produttivi o gli aspetti di sostenibilità. L’idea è di dare corpo ad un museo dialogante che sia in grado di raccontare a tutti 60 anni di storia attraverso il Premio del Compasso d’Oro, rivolgendo particolare attenzione ai giovani, abituati ormai ad un consumo molto veloce degli oggetti, per farli invece ragionare sul valore estetico, simbolico, funzionale, ambientale e sensoriale: un vero e proprio esercizio di acquisizione e comprensione della complessità che ci circonda, ma in maniera dolce e positiva.
AF: La sera del 21 aprile 2020 la Ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha reso noti i nomi del comitato straordinario di esperti incaricati dal Ministero per lavorare sugli aspetti legati al “post-covid” per quanto riguarda la scuola. Facendo parte di questi membri puoi raccontarmi la tua visione di “scuola ideale” tenendo conto del contesto di emergenza che stiamo affrontando?

GC: Professionalmente sono cresciuto dentro la dimensione della “scuola” perché l’esperienza per me più significativa sono stati gli otto anni trascorsi in Domus Academy, considerata negli anni ’90 la Scuola di Design più importante al mondo dopo il Bauhaus. Qui ho imparato ad avere un approccio aperto in quanto ho sempre inteso l’attività progettuale come esperienza formativa. Secondo me la “scuola ideale” è quindi una scuola dove si possa esplorare e ricercare, incuriosirsi verso il nuovo: esempio emblematico sono le scuole di Reggio Children con le quali ho instaurato un rapporto di interscambio da più di vent’anni. Infatti nel 1997 il mio ultimo lavoro in Domus Academy è stato il metaprogetto di ambiente per l’infanzia “Bambini, spazi, relazioni” concretizzatosi poi anche in un libro – ad oggi tradotto in molte lingue diverse – diventato un manuale di riferimento. Con Reggio Children abbiamo sempre avuto la comune condivisione dell’idea di scuola come un luogo estremamente aperto, non autoreferenziale e legato ad una definizione preconcetta di sapere, ma uno spazio dove i soggetti hanno la possibilità di dotarsi di strumenti per imparare a gestire autonomamente conoscenza e cultura.

Infatti ritengo che il designer sia una figura in perenne apprendimento e formazione, concetto che cerco di passare ai miei studenti del Politecnico di Milano, comunicando loro la voglia di imparare e di crescere culturalmente durante tutte le fasi della vita. La scuola dovrebbe essere non tanto un luogo definito da un perimetro di mura, bensì un’attitudine da trasmettere a tutti gli individui nel momento in cui frequentano fisicamente un edificio, trasformando un atto individuale in qualcosa di cui ci si deve impossessare, in una necessità personale che nasce nella collettività e diventa una condizione di vita.

Ho insegnato in molte Facoltà di Architettura diverse tra loro – da Torino a Milano, da Roma a Genova – e ho tenuto Master, Corsi e Laboratori in una ventina di paesi diversi del mondo – dalla Cina al Sud America, e tanti altri luoghi fuori dall’Italia – cercando di portare sempre l’idea che la scuola sia una forma di curiosità personale: saper osservare il mondo estraendone le differenze, sviluppando capacità critiche e di analisi della complessità.

La scuola è un luogo tanto importante quanto diverso perché significa considerare categorie differenti: i nidi, le scuole dell’infanzia, le elementari, le medie, il liceo, l’università, le attività di formazione professionale; ciascuna di esse richiede spazi diversi con caratteristiche differenti a seconda della fascia d’età. Uno degli ultimi incarichi su cui ho lavorato è la Flos Light Academy: attività formativa interna mirata a far prendere coscienza della storia dell’azienda ed a ragionare sulle caratteristiche emergenti della luce. Quindi ci sono tante idee di scuola e diversi contesti in cui essa si articola, importante è che mantenga dinamicità e sia vissuta attivamente, mai come un’attività passiva di pura acquisizione.
